Come quell’Ovosodo che non andava né su ne giù, Paolo Virzì ci racconta con scrupolo registico e sinistra comicità, la storia tragica di Marta, siciliana a Roma, ventiquattrenne neolaureata in filosofia teoretica con lode, abbraccio accademico e pubblicazione della tesi, la quale angosciosamente si dibatte tra le spirali spaventose di un mondo informe e deforme: l’immondo dell’oppressione e dello sfruttamento, il mondo nero della disoccupazione e della sottoccupazione giovanile, dove tutti sono ricercatori non si sa bene di cosa, giovani pieni di speranza, ma hanno soprattutto tutta la vita davanti. Di che vita si tratti, il film ce lo dice nei dettagli, spiando con la ferocia manipolatrice di un Grande Fratello, che perseguendo l’audience espone, accoppia e mescola, intreccia, scioglie, rimescola e riaccoppia, gli esemplari presi per campione da una società malata disperatamente indirizzata verso la propria distruzione. Anche se a causa del Flagello inconsapevolmente, e a prescindere dalla forzatura finale del lieto fine per Marta, il film riesce a coinvolgere fornendo un quadro assai somigliante dell’Organizzazione sociale di Disuguaglianza Economica Pluralista sintomatica e della realtà brutalmente amara e irreversibile da essa discendente in quanto Inferno Embrionale in fase avanzata di manifestazione compiuta. Dolcissima, sofferta, ma viva e palpitante, l’interpretazione della protagonista, la bravissima Isabella Ragonese, una attrice; nonché da ricordare quella di Micaela Ramazzotti struggente e follemente disperata, anche lei un’attrice e pertanto, con Isabella Ragonese, una mosca bianca – almeno in questo film - nello scenario tenebroso del trash, dell’incapacità e della simulazione di attività artistiche e professionali dichiarate, svolte e riconosciute, in un totale stato di insussistenza.






