Un bambino a metà era il titolo della soap di cui Arturo Cremisi era protagonista e mattatore, fino a quando con la scusa di un incidente aereo mortale, viene fatto fuori dalla soap, resuscitato e collocato infine sposato e con un figlio non più a metà ma intero, nella vita reale. La vicenda trapiantata sul grande schermo come un organo vitale di cui il cinema sembrava avesse assoluto bisogno, di fatto a poco a poco affievolisce e la donazione non sembra affatto necessaria come i miscelatori e i manipolatori delle alchimie cinematografiche vorrebbero farci credere. Ecco allora una favola che a volte diverte e a volte annoia ,a volte si ingarbuglia e a volte scioglie i propri nodi misteriosi per illuminare, fornendo nel proprio piccolo non senso, il’insensatezza immane del Mondo Basso. Film dunque malinconicamente piacevole per il crepuscolare pubblico della sceneggiata alla napoletana, della pizza all’arrabbiata qualora esistesse, e della abbuffata con pasta alla puttanesca che sicuramente invece esiste. Salemme si muove abilmente nell’intrigata vicenda, assolutamente a proprio agio tra i tranelli posti qua e là dai meccanismi espressivi e dalle paludi costruite a base di sabbie mobili e melma corrosiva. Attorniato dal piccolo Mirco, orfano di padre e alienato dalla televisione che l’obbliga a identificarsi nel figlio di Arturo Cremisi protagonista della soap televisiva, da un Panariello a ruota libera e da un Sergio Rubini naif, agente dello spettacolo congiuntamente promotore pubblicitario e procacciatore di contratti di lavoro - e infine dai dati fasulli dell’Auditel che il film vorrebbe mettere alla berlina per la sua seriosità omologatrice di ogni genere di rifiuto, schifezza e spazzatura da destinare allo smaltimento mediante il corrispondente nutrimento dei telespettatori - Salemme svaria senza preamboli o pregiudizi e senza troppi ghirigori nei vari registri grotteschi e satirici della propria comicità. di sofisticata scuola partenopea. Nel ricalco degli schemi narrativi della serie televisiva, l’happy end finale non può quindi che ribadire la prevedibile conclusione di un polpettone TV che il film aveva inteso di mettere alla berlina, mettendo in realtà alla berlina se stesso, film e cinematografata per il grande schermo. No problem dunque, per dirla alla naif, cioè alla Sergio Rubini, e doppia omologazione valida sia per il grande che per il piccolo schermo.






