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Mamma mia! - recensione

Locandina Mamma mia!Siamo nell’Isola greca Kalokain e l’anno è il 1999. Quindi, in un tempo e in un luogo precisati. Il redivivo musical hollywoodiano, utilizzando il ritmo incalzante degli Abba, tenta di riciclare senza troppi affanni gli antichi splendori, ma gli affanni e soprattutto i danni purtroppo ci sono, e le rovine che ne derivano finiscono per mescolarsi, offuscandole per rovinosità e vecchiezza, a quelle della Grecia mitologica e della filosofia classica occidentalizzante. Sophie, figlia di Donna - ex figlia dei fiori  che praticava liberamente il sesso promiscuo senza farsi eccessivi scrupoli, anche se ammantandolo, secondo le ipocrisie e le mode dell’epoca e di oggi, di astruse cornici poetiche - sta per sposarsi e il suo sogno è quello di essere accompagnata all’altare dal padre che non ha mai conosciuto. Scoperto il diario segreto di Donna e fatti i necessari calcoli, all’insaputa della madre scrive allora ai suoi potenziali padri (un uomo d’affari, un banchiere e un avventuriero non meglio identificabile) invitandoli alle proprie nozze. Naturalmente, la domanda da un milione di dollari: “Chi dei tre è il padre?”, non trova una risposta certa e il ricorso all’analisi del Dna risulterebbe di pessimo gusto nell’economia di un musical rigorosamente armonico, per cui alla fine Sophie dovrà accontentarsi dei suoi potenziali tre padri invece di uno, tanto più che all’altare verrà accompagnata dalla madre, la quale si sposa a sua volta con uno dei tre candidati, ovviamente il più simpatico e belloccio (Pierce Brosnan), che scopre di avere sempre amato. Il musical  corale e l’artificio scenografico sono favola, ma visti i suoi contenuti, di tutte le favole Mamma mia risulterebbe una delle più brutte e noiose, se non venisse salvata per la sua connotazione musicale da un cast (oltre Pierce Brosnan, Meryl Streep, Colin Firtyh e Steffan Skarsgard), in prevalenza avente poca dimestichezza con il musical, ma che riesce a trasformare i propri impacci in piacevolissime esibizioni canore. La nota di colore è che analizzando la storia forse il titolo più consono, anche se bruttissimo e infelice, avrebbe potuto essere: “Padre mio!”; nel qual caso però come si sarebbe potuto conciliare con gli Abba o con l’indignazione dei seriosi seguaci di una confessione religiosa conforme all’anticristianità inconfessa occidentale, il cui Dio relativo è per l’appunto un Padre inesistente?

 
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