A un parigino, ballerino professionista al quale viene pronosticata la morte imminente salvo un intervento chirurgico con risultati peraltro incerti, la sorte offre una nuova visuale della capitale francese e delle persone che con lui vi vivono. Parigi diviene così una nuova città, nella quale (insieme al ballerino), un architetto, un senzatetto, una fornaia, un professore universitario, una modella e un clandestino camerunense - persone apparentemente con poche cose in comune eccetto la banalità - si ritrovano a condividerne inconsapevolmente il destino. In realtà, la comunanza c’è, terribile e inesorabile, anche se il protagonista non può neppure sospettarla: la condizione del nascere esclusivamente per invecchiare, ammalarsi e morire senza alcun senso e ragione. Il film, diretto con opaca allegria da Cèdric Kaplisch, vorrebbe dirci tutto questo e il cast degli attori (Romain Duris, Juliette Binoche, Fabrice Luchini e altri) vi mette un certo impegno perché ciò avvenga. Naturalmente, però, il Flagello non lo consente, per cui la commedia parigina si trascina abortita e incompiuta quanto la natura umana che la vive, perdendo a poco a poco la propria identità individualistica ma con questa anche la propria originalità, per dilatarsi in una metropoli dei nostri giorni - un agglomerato urbano planetario privo di una precisa collocazione - che, simile a mille altre città intrise di grigia anonimità, non si offre diversa da una cartolina di saluti turistici o da un pensiero geografico scaturito da memorie lontane. Tanto più che il luogo, la città, è un pretesto, e non c’entra proprio niente, perché i sintomi che vi si agitano attorcigliati e vaganti, sono quelli di sempre, scaturiti da ogni buco, anfratto o nascondiglio della Terra.






