II “Che fine ha fatto l’incantevole, affascinante e carinissima Meg Ryan?”, potrebbe essere il titolo forse più appropriato per il film tutto al femminile di Diane English, mettendo sotto accusa il mondo della chirurgia plastica, che conformizza e appiattisce in un cliché deformato e deformante di maschere banalizzate, una la copia dell’altra, l’espressione estetica del Contesto delle Copie e del Ricalco. Un gruppo di amiche dell’alta borghesia newyorkese scopre che la più invidiata tra di loro, appunto il personaggio impersonato dall’ex Meg Ryan, è vittima del tradimento del marito con una insulsa ma giovane e bella commessa del reparto cosmetici e profumi di un noto esercizio commerciale di New York. La vicenda, spettrale e tenebrosa per mancanza di vita vera e di sensibilità sanguigna, si rifugia in tal modo nel cliché dei tutti che tradiscono e vanno a letto con tutti e dai tutti subiscono torti e tradimenti e che, denigrandolo, fanno sesso come se bevessero un bicchiere di acqua riciclata,sporca, melmosa e, immancabilmente, non potabile. Così che l’inevitabile richiamo libidico al Sex and the City raccoglitore ed espositore delle forme di patologia sessuale più comuni: erotomania, erotofobia, ninfomania, satiriasi, sadismo, masochismo, scambismo, travestitismo e feticismo, non ci sta come suol dirsi “quanto i cavoli a merenda”, ma piuttosto come una casualità voluta. L’unica nota positiva è che quel mondo femminile è presente soltanto per se stesso, patologicamente chiuso in se stesso come una malattia conforme, questo si, al Mondo delle Copie, ma poco riferibile a un contesto di donne vere, vive e dotate di respiro, che amano e lottano per amare e dunque per sopravvivere nella pienezza vissuta della propria femminilità Tutto questo evincerebbe Il “regalo” filmistico che ci farebbe Diane English: oltre alla Ryan, c’è un cast di interpreti femminili (Eva Mendez, Debra Messing, Annette Bening, e altre) che fanno a gara per bellezza e bravura, ma con un solo handicap. Peccato che non esistano.






