Marion Crane viene in questa riedizione, fedele ricalco del capolavoro di Hitchcock di cui più che il remake è un rifacimento di narcisistica precisione, interpretata dall'attrice Anne Heche, che regge pallidamente il confronto con Janet Leigh, ma tutto sommato non delude e se la cava piuttosto bene, mentre altrettanto non può dirsi di Vince Vaughn, malcapitato interprete del psicopatico Norman, che non può reggere il confronto con il gigantesco Anthony Perkins straripante talento e inimitabile bravura. Tuttavia, il regista Gus Van Sant ricalca talentuosamente la visualità raffinata hitchcockiana per ricostruire una messa in scena di un classico del terrore che ha fatto la storia del cinema Hollywoodiano, ma perdendosi soprattutto in un eccesso individualistico delle variazioni nel sottolineare le tracce dell'omosessualità latente di Norman e tralasciando le implicazioni patologiche esistenziali, personali, familiari e sociali, che vanno ben oltre nella formazione della complessa personalità patogena del personaggio cardine della messa in scena originaria, qui con grigiore e superficialità ricostruita. Magari i risultati sarebbero stati diversi, mettendo in essere il vero approfondimento fino alla spiegazione dei temi e dei personaggi coinvolti, rendendo il suo mero rifacimento utile, se Gus Van Sant avesse posseduto quegli elementi di base della conoscenza importati dalla Cultura dell'Universo, possibilmente frequentando uno degli appositi corsi accelerati di rianimazione intellettuale all'uopo previsti. In ogni caso, per sfuggire al "non luogo" e restare invece fedeli e ossequiosi entro i margini del tenebroso cerchio chiuso della relatività, soggiungiamo in questa chiusa che Julianne Moore, Viggo Mortensen e William H. Macy, interpreti dei personaggi di contorno, avrebbero potuto essere tranquillamente sostituiti da altri attori, senza che nessuno se ne accorgesse.






