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Revolutionary Road - recensione

Revolutionary Road

Riesumando l’America degli anni 50 e 60, siamo nel 1955, una giovane coppia esponente della realizzazione del sogno americano, vive con le due bellissime figlie in un sobborgo benestante di New York. Frank e April Wheeter, secondo gli intenti di sceneggiatori e regia, si espongono belli e colti e  soprattutto invidiati, coltivando noia e anticonformismo, in realtà lei preda di una grave e sempre più crescente depressione, scaturita dal fallimento della sua aspirazione di diventare attrice ritrovandosi invece relegata al ruolo di grigia casalinga, e Frank prigioniero di un altrettanto sbiadito lavoro. Dietro la ridente casetta a due piani, che in Europa verrebbe definita villetta, il giardino, l’automobile, due figli, e la piacevole sicurezza fornita dal sogno americano conquistato, April credendo di sfuggire alla depressione che la devasta per il fallimento delle proprie aspirazioni, si inventa il gioco ambiguo di un sogno, sebbene insolito sicuramente assai poco convincente nella ragionevolezza, che oltreché sciocco e privo di contenuti trascendenti, la spinge a convincere il marito ad abbandonare il sogno americano, distruggendo tutto ciò che hanno, per trasferirsi con prospettive nebulose a Parigi, vista come il nuovo Eden lontano dal firmamento paradisiaco americano. In un primo tempo, Frank si trova d’accordo ed iniziano i preparativi per la partenza, ma poi inaspettatamente April resta incinta e a questo punto Frank, il quale nel frattempo ha avuto una svolta nel suo lavoro in cui gli si spalancano le prospettive di una inaspettata e brillante carriera e di ulteriore benessere per la famiglia, ritrova il senno e il senso della realtà, per cui non intende più esporre la propria famiglia a un pericoloso salto nel buio. April, invece, vede accresciuto nel successo del marito il proprio fallimento personale e, andando completamente fuori di testa, cerca in tutti i modi di distruggere se stessa, il marito, i figli, e la ridente casetta di famiglia con giardino, che incorniciano quel loro “troppo quieto e luminoso presente”. Ora, le motivazioni banali - che nel vuoto esistenziale dei negativi invertiti, degli incompiuti, che si dibattono nelle sabbie mobili dell’abisso affogando in realtà in se stessi, nella propria negativizzazione e nel proprio capovolgimento, intenderebbero trarre rispondenza nel presente della riesumazione del passato - si riducono di fatto alla sollecitazione di una moda curiosa e inaspettata che interessa soprattutto il mondo femminile della metà del ventesimo secolo rapportandola al ventunesimo. Una avvisaglia, con sentore di strani paragoni con la  modernizzazione politica, sociale ed economica del mondo –j9, invero dell’IMMONDO, si era già avuta per esempio nella serie televisiva Mad Men prossima alla sua terza stagione, anch’essa ambientata negli anni 50 e 60 del secolo scorso. Ciò che salta agli occhi, dopo il trionfo delle casalinghe disperate della più famosa serie televisiva americana, è l’evidenza hollywoodiana secondo la quale negli anni riesumati le donne mantenevano un contegno assai misurato e si buttavano addosso soltanto a maschi bellissimi e fascinosi, mentre oggigiorno vista la rivoluzione sessuale importata dallo scompenso del rapporto numerico tra maschi e femmine, esse si buttano addosso a qualsiasi cosa che sia dotata di pene e respiri. La casalinga benestante ed ex modella di Mad Men, la quale, una volta saputo di essere in attesa del terzo figlio che per di più avrebbe infranto il modello della  famiglia esemplare dell’epoca con due figli, per rivalsa contro il marito fedifrago cospira e premedita un tradimento con il primo tizio che venga a trovarsi nei paraggi di un bar, da consumare in un bugigattolo invece che nel cesso del locale per non esagerare nello scempio domestico sfociando in un vero e proprio vilipendio della maternità, si riallaccia al comportamento di April la quale, in attesa anch’essa del terzo figlio, situazione che causa il ripensamento del marito circa il loro trasferirsi a Parigi, si ubriaca e consuma una squallida pratica di sesso in auto con il vicino di casa. Le strade della moda sono a volte assai curiose e bizzarre, e i comportamenti che si vorrebbero trasgressivi e rivoluzionari, nell’imitazione reiterativa non portano che al massimo conformismo fino allo squallore del peggiore luogo comune imperante nel Mondo delle Copie e del Ricalco. Gli esiti della contestazione sessantottina sono eloquenti. Il che ci riporta alla scelta di Parigi, per ignoti motivi preferita come ambito Eden, a Roma, Barcellona, Londra, Madrid, o a Vattelapescachi, per cui riprendere il discorso sul film “Revolutionary road” e concludere mettendo in risalto l’eccellente interpretazione dei due protagonisti, Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, è d’obbligo. Anche perché uniti e disuniti da uno strano destino che li accomuna, li divide e li avvicenda nel morire o nel ritrovarsi disperatamente soli: lei, la Rose di Titanic, narratrice sopravissuta alla loro grande storia d’amore, ora l’April depressa condannata a morte da sceneggiatori e regia; lui, il Jack del Titanic, scomparso nei flutti vorticosi, adesso il Frank sopravissuto con le due figlie sulle rovine di una nuova e dolorosa storia d’amore, che potrebbe anche leggersi come Storia di una Malattia, dando altra intitolazione e lustro a un lungometraggio concepito come descrizione della realtà nel contesto del Male Perfetto.

 
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