R a d i o l a n d

M u s i c a & I n f o r m a z i o n e

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Recensioni films Recensioni d'autore L'ospite inatteso - recensione

L'ospite inatteso - recensione

L'ospite inattesoRimasto vedovo, Walter Vale, professore universitario di economia di una cittadina del Connecticut, si trascina in una vita apatica e tediosa, che stancamente lo conduce senza scosse ne futuro verso la sua malinconica conclusione, quando un bel giorno accetta di sostituire un collega in una conferenza a New York, dove scopre che il suo appartamento da tempo disabitato, è stato affittato a sua insaputa ad una giovane coppia formata dal siriano Tarek, che suona il djembe in un gruppo jazz, e dall’africana Zainab, disegnatrice di gioielli. Walter Vale consente alla coppia di restare nel suo appartamento e, familiarizzando con i due giovani, da mediocre pianista dilettante si scopre ottimo suonatore di tamburo africano, ma dolorosamente scopre anche la morte dell’America dell’accoglienza e della libertà. Ad Ellis Island, dove si passava per diventare cittadini americani, oggi si passa per essere arrestati, schedati e rispediti al proprio paese, e il film diviene così un documento prezioso per la lettura e la denuncia dell’attualità post 11 Settembre 2001, in cui l’americano professore universitario si ritrova inaspettatamente ospite del proprio paese più che del proprio appartamento, ed è un peccato che il film (in cui una certa critica individua una sceneggiatura forte, ma dimentica di sottolineare la presenza di un gruppo di attori ancora più forte e fortunatamente più forte di lei) risulti poi mancante della scena finale (l’inevitabile sbarco del nostro professore in terra di Siria per ricongiungersi alla sua nuova famiglia: Tarek e la madre di Tarek da lui conosciuta a New York); magari portandosi dietro per ridarle nuova linfa e significazione biologica - in quanto la libertà è soltanto dove si è veramente liberi, perché proprietari di se stessi, della propria terra, del proprio mare e del cielo e delle proprie azioni e delle proprie scelte - quella statua della libertà ormai impigliatasi senza più speranza, nei pantani fangosi e nei meandri oscuri della dittatura globalizzata e globalizzante del pianeta. Il film, così incompiuto, si conclude perciò in assenza del suo vero happy end, con il professore americano ospite inatteso in America, che suona il tamburo africano nella metropolitana di New York, incapace di testimoniare altra libertà all’infuori dell’eco ritmato del suono antico dell’Africa, e delle memorie di una statua crollata e disfatta all’ombra di una speranza disattesa definitivamente tramontata.

 
Banner
Banner
Banner
Banner