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Death Sentence - recensione

Death SentenceNick è un tranquillo esponente della comunità cittadina - ha un ottimo lavoro, una splendida moglie e due figli meravigliosi – quando una sera incappa casualmente in una banda di teppisti che gli uccidono senza motivo il figlio maggiore. Una volta venuto a conoscenza che l’assassino pagherà soltanto con pochi anni di prigione, durante il confronto in tribunale finge di non riconoscerlo e, dopo che il criminale verrà rilasciato, lo ucciderà vendicando la morte del figlio e dando inizio a una guerra personale contro la banda dei teppisti. La storia è assai poco originale, e tra le tantissime scopiazzature ci ricorda seppure nebulosamente il borghese piccolo piccolo di Alberto Sordi, molto più credibile questo e bene esposto nella introspezione psicologica del protagonista, mentre il film di James Wan, seguendo passivamente la corrente, si imbarca nell’attraversamento tumultuoso dello scontato e del luogo comune, ricalcando ottusamente storie e film già visti e rivisti e, facendo acqua da tutte le parti, finisce per naufragare miseramente destinandosi al dimenticatoio della mediocrità. Esagerato in alcune sequenze di violenza gratuita, maldestro  e scontato in altre, sempre sopra le righe nella disperata ricerca di una stonatura scambiata per acuto solista discendente dall’incapacità di dare un filo conduttore di originalità al discorso cinematografico, le teste rapate, le armi, i tatuaggi,  le penombre e le tenebre fonde, sono tutto ciò che resta e che il film è in grado di offrire di  un mondo negativo invertito di cui ricalca, senza saperlo,  la follia, la perversità e il non senso.

 
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