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Australia - recensione

AustraliaRitroviamo Nicole Kidman nelle vesti di una aristocratica signora inglese che alla morte del marito, Lord Asheley,  eredita nel Nord dell’Australia un allevamento della grandezza del Maryland, che il cattivo del film cerca di portarle via senza riuscirvi, aiutata nella difesa della proprietà ereditata, da un giovane mandriano destinato a colmare il vuoto lasciato nel suo cuore dalla scomparsa del marito. La vicenda si svolge durante la seconda Guerra mondiale. Ma il vero filo conduttore è l’affetto che la giovane donna nutre verso Nullah, un bambino orfano nato da madre aborigena e padre inglese, che si rivela  il cuore della vicenda. Mentre sullo schermo si intrecciano storie di nascite e di morte, di bestiame faticosamente condotto attraverso le sterminate pianure australiane fino al mare, esplode la denuncia delle “generazioni rubate” contro il piano governativo finalizzato ad assimilare nella dominante comunità bianca, nella sottomissione e nel sopruso, i bambini indigeni, quasi tutti meticci, sottratti alle famiglie e destinati alle istituzioni religiose con il compito di  “sbiancarli” culturalmente. La storia è sempre quella. Il sintomo è sempre quello. Così come, sintomatico, è il cercare di farlo passare sistematicamente come “causa”. In questo film e ovunque, immutabilmente, ogni e qualsiasi sintomo. E, sotto questo aspetto, la vicenda acquista un senso proprio, quello della acquisizione di materiale dimostrativo e  di prova, perché in questo film l’Australia è lo specchio del mondo.

 
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