I resti di una famiglia problematica e disfunzionale, affetta da noia aristocratica e mancanza di problematiche reali - dalla cui “problematica da assenza” nasce la propria disfunzionalità intellettualmente fisiologica - si confrontano in un viaggio in treno surreale e simbolico, dai colori sgancianti, e allo stesso tempo tinto del grigiore documentaristico del dettaglio di una quotidianità cronacistica che come un diario di bordo annota e registra, mostra e si mostra, fino a perdersi sulle rotaie in cui è impossibile perdersi. Ciò che è impossibile sembra perciò costituire il senso del non senso, la ragione dell’irragionevolezza, fino a quando non possa scoprirsi che lo smarrimento, la perdita, non è dei tre fratelli in viaggio o del treno, ma dell’orientamento, delle rotaie simbolo di un contesto sconfinato ma etereo, improbabile e inesistente. Un tetro ometto di mezza età scende frettolosamente da un taxi e insegue un treno appena partito e durante la corsa viene da prima affiancato e poi decisamente superato da un tizio allampanato e più giovane, il quale dopo avergli lanciato un’occhiata fugace salta agilmente in corsa sul treno, dove raggiunge i suoi due fratelli. Ci troviamo in India, e qui ha inizio il viaggio del Darjeeling Limited, lo sgangherato convoglio che ospita i tre fratelli Whitman, i quali è da un anno, dopo la morte del padre, che non si parlano tra loro, ma per iniziativa del fratello maggiore reduce da un grave incidente stradale del quale conserva il volto bendato (che manterrà per tutta la durata del film), decidono di ritrovarsi per compiere insieme questo viaggio esistenziale. Il regista Was Anderson si confronta sui temi familiari a lui cari e prosegue attraverso i suoi personaggi il percorso della propria maturazione artistica , dando vita a uno shopping allegorico e pittoresco tra spezie, serpenti velenosi e frettolosi rapporti sessuali consumati nella toilette del treno, portando avanti con spirito comico e funerario l’elaborazione del lutto da parte degli orfani di padre in una miscela di divertimento e dolore, in cui trova posto emergente la figura materna, sopravissuta come suora attivista e madre immatura e codarda. Un’opera cinematografica certamente personale ed eccentrica, ma niente di più nel panorama di un cinema corale, in cui neppure nella sua ala liberata dal nome ingannevole di “cinema indipendente”, potrebbe mai trovare posto un solista che non sia un banale controcorrente.






