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Home Recensioni films Recensioni d'autore Gran Torino - recensione, Clint Eastwood, trailer - Radioland

Gran Torino

Gran Torino

Il titolo del film, si riferisce all’auto Ford Torino, modello automobilistico coupé in voga durante gli anni 70’ in America, posseduta dal protagonista del filmato, un vecchio pensionato della Ford rimasto da poco vedovo, irrimediabilmente razzista e destrorso secondo il modello classico dell’americano ottuso, nazionalista e americanista all’eccesso, che espone sulla porta di casa la bandiera Usa come una targa che sottolinei l’appartenenza politica dell’abitazione e di chi ci vive: Walt Kowalski di origini polacche ma americanissimo ex combattente della guerra di Corea. La preziosa auto di Kowalski viene però adocchiata da una banda di teppisti asiatici, che ne fanno l’oggetto dell’iniziazione di Thao, un ragazzo Hmond - popolazione originaria di zone montane  tra Laos, Cina e Thailandia, che ha una comunità nel quartiere popolare in cui abita Walt - il quale dovrà rubarla per entrare a far parte della banda. Thao, che è un vicino di casa del vecchio pensionato, non riuscirà a portare a compimento il furto progettato, ma instaurerà insieme alla sua famiglia un imprevisto rapporto di profonda amicizia con Walt, che ne cambierà la vita e le convinzioni e gli  segnerà il destino. Clint Eastwood dirige il film e lo interpreta, offrendo la sua faccia sofferta e rugosa e il proprio eccellente bagaglio professionale al protagonista, che attraverso la sua maschera recitativa vive e respira sullo schermo in modo assai convincente. L’intento della sceneggiatura e della regia, era forse quello di far risaltare una presa di coscienza e una redenzione dall’americanismo razzista maniacale con profondi cambiamenti nella personalità del protagonista, tuttavia assai poco significativo, perché - a far muovere il vecchio razzista in difesa dei vicini Hmond - si evincono gli atti criminosi di delinquenti asiatici e non di americani bianchi, e sul sacrificio della propria vita immolata in favore della famiglia Hmond, incombe il sospetto che a deciderlo più che una redenzione sia stato lo stadio terminale della malattia mortale che lo affliggeva. Il risultato è in ogni caso quello, sicuramente perseguito da regia, sceneggiatura e recitazione, di promuovere comunque, soprattutto internazionalmente, l‘americanismo eroico esasperato, dando risalto ed esaltazione - a supporto di una realtà significativa per l’assenza - di un ennesimo eroe americano, frutto di una fantasia propagandistica cinematografica scaturita impellente dal bisogno incontenibile di colmarne, nella realtà, il vuoto esistenziale dovuto alla mancanza di eroi e di eroismo. Ancora oggi circolano scritti e documentazioni che – a prescindere dai criminali di guerra nazisti di alto rango, responsabili di genocidio e sterminio di ebrei mediante l’uso di forni crematori, condannati a Norimberga e di cui sappiamo tutto - raccontano di nazisti di basso rango o comunque di minore importanza, condannati a morte per aver torturato i prigionieri e, in alcuni casi, trattandosi di prigionieri inglesi, risulta che perfino il Boia di Londra sia stato segretamente inviato in Germania, per impiccare alcuni militari nazisti, anche giovanissimi e di sesso femminile. Perciò, sollecitandolo ad abbandonare il modello abusato della propaganda facile e omissiva, attendiamo Clint in prove più coraggiose e impegnative: ad esempio, in un’opera che si occupi dei criminali di guerra dell’amministrazione Bush, appartenenti alla Cia, graziati dall’amministrazione Obama con la scusa che operavano in situazioni di particolare gravità, come per l’appunto succede in guerra.

 
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