Roman Polanski è immagine che parla, per cui la sua entrata in scena sembra sia l’unica sequenza che dia un senso al silenzio della pagina scritta trasferita sullo schermo.
Il film di Antonello Grimaldi, interpretato da Nanni Moretti, Valeria Golino, Alessandro Gassman, Isabella Ferrari e altri attori e caratteristi, risulta infatti ispirato al romanzo di Sandro Veronesi, così che il film vive di una mancanza evidente di autosufficienza, alla quale ovviare affiancando alla visione dell’opera cinematografica la lettura del romanzo non risulterebbe una risposta corretta in quanto importerebbe ulteriore stato sospensivo e confusione, perché tutto accade nella testa del personaggio principale, tale Pietro Paladini, proiettato da quella dell’autore; e che cosa accade nella testa dei negativi invertiti è ormai talmente noto che, senza un minimo di raddrizzamento cerebrale, nessuna autosufficienza potrebbe mai esserci in arrivo in una situazione peraltro aggravata dalla mancanza di orizzonte.
Tuttavia, rivisitando le varie interpretazioni di Moretti e l’inestricabile garbuglio intimista del suoi personaggi sul tema del dolore, perno di Caos Calmo dove ritroviamo La stanza del figlio in un chiuso di attese e di rinvii dominato da particolari che sembrano superflui e che pure non lo sono nel linguaggio dei segni e del gesti: un paio di scarpe, un bicchiere d’acqua, un aforisma e il silenzio.
Ora ci dicono che il pubblico, che arriva da internet dopo aver visionato i vari culi e tette e copule nelle tante posizioni in offerta sul web, si imbarazzi per la “scena di sesso” tra il Moretti e la Ferrari. Ma poiché ci dicono che il pubblico sia lo stesso gravemente affetto da analfabetismo intellettuale reiterativo rimasto sconcertato dalla scena sessuale del Moretti con la Morante nel film La Stanza del Figlio, è comprensibile a causa della ripetizione il perché dell’imbarazzo e dello sconcerto.
L’interpretazione declamatoria e affabulatrice di Nanni Moretti, unica e inimitabile nel suo genere, è naturalmente quella che regge il film e i precedenti; e anche qui la fa da padrona tenendo in piedi la traballante baracca che pende letteralmente dalle sue labbra, come ad esempio fa Mr Bean nell’opposta angolazione del mutismo con la sua straordinaria mimica sostenuta dalla più fragorosa delle gestualità: l’espressione. Il tutto è dunque chiaro e spiegabilissimo. L’unico mistero resta l’intrusione di Polanski, il cui nome non appare deliberatamente nel cast, così che la genialità - che secondo certa critica accreditata lo accompagna nell’economia del film - non sarebbe altro che l’effetto della sorpresa che serpeggia in sala nel vederselo, chissà perché, all’improvviso sulla scena. E ci s’interroga: ma era davvero Polanski?






