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Boys don't Cry

Boys don't CryVisionando questa opera cinematografica di coinvolgente arte espressiva, tratta da una storia vera e diretta dall’esordiente Kimberly Pierce, proveniente da studi antropologici, non ci si può esimere dal fare un pensierino sui 150 anni di carcere rifilati negli Usa a un certo Madoff, eletto in tribunale truffatore dell’ultimo millennio, e sulla sua sfortunata consorte cacciata di casa a New York in seguito al sequestro dell’abitazione di famiglia e praticamente buttata in mezzo a una strada, perché nessun cittadino newyorkese intende darle un appartamento in affitto. L’attrice Hilary Swank, proprietaria di una dirompente bellezza androgina racchiusa in un corpo di conturbante femminilità contornata da eccelsa bravura artistica, è la straordinaria protagonista del film per la cui interpretazione vinse l’oscar quale migliore attrice protagonista nella 72esima edizione degli Academy Awards. Il personaggio interpretato da Hilary Swank è Teena Brandon, una ragazza del Nebraska che si nascondeva sotto spoglie maschili spacciandosi come Brandon Teena, un tenero Marlon Brandon del Terzo Millennio, la quale - appassionatamente ricambiata – s’innamora perdutamente di una sua bellissima coetanea impersonata da un’altra grandissima e giovanissima attrice (Chloe Sevigny), e che per essere se stessa, per amare ed essere amata, dopo essere stata stuprata e massacrata di botte da un’orrida banda di machos, pagherà con la vita, vittima sacrificale di un orrendo  delitto annunciato e inutilmente denunciato alla polizia, ai soliti noti “Non impedire un evento delittuoso che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a provocarlo”, ai quali per fini augurali e di giustizia competono - molto più che a Mardoff  e quanto meno per la feroce reiterazione dei loro crimini –  i 150 anni di galera e il pensierino iniziale su di essi perno della recensione.

 
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