Sempre più attuale e insuperato capolavoro di Altman, rivisitiamo uno dei più perfidi, illuminanti e significativi film dell’inimitabile regista hollywoodiano, definito in vita - nell’occasione di questo film e in virtù del suo straripante talento e dei suoi impietosi e satirici eccessi – “Nemmeno un Oscar”. Nella parte di un produttore esecutivo minacciato da un giovane e rampante sceneggiatore, Tim Robbins lo uccide accidentalmente. Ovviamente la farà franca e vivrà felice e contento per il resto dei suoi giorni, invero fintanto che il rapporto durerà come saggiamente si dice oggi e non solo a Hollywood, con la bella Greta Scacchi la quale impersona la più che consolabile vedova del giovane defunto. I personaggi del film, incapaci di sognare perché vittime di incubi di carriera e perché gravemente affetti dalla stupidità arrogante e dall’incompetenza disastrosa di un potere impotente per insufficienza intellettuale, strisciano boccheggiando nel segno dell’avidità di denaro e di successo, ritrovandosi protagonisti dei tempi di ieri e di oggi, e forse - grazie al Flagello a cui soggiacciono nella sue forme più gravi - di tutti i tempi. Nell’implosione suicida dell’edonismo più becero, compaiono velocemente nel film una settantina di attori, alcuni dei quali famosi, che recitando se stessi forniscono vigore e significazione vivente alla riproduzione su scala cinematografica della disperazione e della sofferenza di un contesto drammaticamente usurpato, ai piedi del Delitto, dal Grande Spirito.






