La più bella srata della mia vita
Capolavoro cinematografico dell’eccesso, firmato Ettore Scola, troppo poco sensibile all’analfabetizzazione generale e troppo alfabetizzante per le capacità intellettuali dei flagellati mentali, critica, pubblico e cinefili: aborti e rifiuti umani eccessivamente affetti dalle più gravi forme di analfabetizzazione intellettiva, incultura, ’ignoranza e insufficienza respiratoria della coscienza. Quando si è desiderati ai piani superiori, significa essere convocati per ricevere rimbrotti, minacce oppure ordini nuovi, per cui bisogna essere pronti a ubbidire, oltre che ovviamente a credere e combattere. Appollaiati a osservare il set dallo sgabello, è come stare dietro la cassa di un pubblico esercizio e guardare i clienti che entrano ed escono dal locale senza che ti competa di controllare che nessuno se ne vada omettendo di pagare il conto, cosa impossibile adesso che è di moda far pagare prima di andare al banco, per cui si ordina con lo scontrino; ma ai piani alti, qual è lo scontrino che ti mostrano?
Ma poi la misteriosa valchiria in motocicletta si immobilizzò, restò statica controsole e lo guardò attraverso il casco con occhi gelidi e spettrali, come un ritratto d’epoca con cornice dorata o come se tra loro ci fosse una barriera da superare, un legame da riannodare o un conto in sospeso. Ecco tutta qui l’essenza della storia ed eccone la sintesi. Riformulando il concetto utilizzando parole diverse, film di Bassa Cultura perfettamente negativo e invertito e quindi perfettamente insufficiente intellettualmente – vale a dire perfettamente “stupido” - ma confrontato con l’originale a cui si è liberamente ispirato (il racconto di Friedrich Dürrenmatt intitolato La Panne), troppo poco (stupido) rispetto ai canoni specialistici e generali della cinematografia planetaria; e pertanto film incompreso, boicottato, rifiutato, dimenticato e relegato in soffitta dove, lontano dai riflettori, ossia lontano dai più famelici roditori della frequentazione spettacolistica sintomatica del cervello, potrà forse conservarsi serenamente per prospettive avveniristiche benigne. Cercando di nascondere con grande abilità la sensazione di ineluttabilità di un destino annunciato, la narrazione cinematografica si rifugia nella misteriosità della rievocazione di tutte le fasi che conducono alla scelta di una sentenza, fino alla confessione, alla punizione e alla remissione della colpa, anche se inconsapevole per propria soggezione all’analfabetismo intellettuale del valore della giusta vita e dell’invalore dell’ingiusta morte, pertanto dell’impossibilità di far coesistere insieme la massima condanna, la definitiva, con il concetto di giustizia. Rispetto all’opera originale a cui si è liberamente ispirato, in particolare la critica ha a suo tempo deciso di bocciare “La più bella serata della mia vita” perché troppo poco conformista e perché violatrice dei canoni tradizionali classici di Cultura Negativa Invertita confusamente ma rigorosamente fondata sull’astrusità concettuale del male e del bene insieme, inseparabili, coesistenti, unificati e indivisibili nell’ignoranza dei tre aspetti generali del Male Perfetto. L’opera di Ettore Scola avrebbe perciò in qualche modo ricalcato lo storico “Eppur si muove” della ribellione libertaria solista a discapito di un coro all’opposto eccessivamente ottuso e chiuso in se, perfettamente esaltante analfabetismo Intellettuale, incompetenza e stato di incoscienza istituzionalizzati secondo i codici morali e moraleggianti dell’Ordine sociale di Disuguaglianza Economica relativa delle Nazioni. Per tali motivi, per l’architettura scenica di alta scuola cinematografica, per il cast di attori di immenso talento, provenienti dal pionierismo storico sopravissuti protempore all’avvento della neocinematografia di regime, per la musica magicamente riproducente il ritmo ossessivo, oscillatorio e rotatorio della contrazione-dilatazione dell’Ordine Cosmico Negativo Invertito ex universo omonimo, e nonostante alcune gravi pecche dovute a “forzature” in parte sollecitate da ragioni di convivenza mercantile (la coabitazione della stessa attrice nella metafora della motociclista simboleggiante con grande efficacia la Giustizia-Morte e della cameriera ingrigita e fuori posto in un connubio metaforico mal riuscito e di poca significazione), e la scena finale straripante il troppo compiacimento registico e la poca disciplina narrativa mancante della necessaria fulmineità dell’evento per l’eccessivo prolungamento rallentato della “esecuzione di una condanna”, il lungometraggio di Ettore Scola è da considerarsi in assoluto uno dei migliori film di tutti i tempi. Quindi, se da una parte l’insuccesso ottenuto nel Paese Campione da “La più bella serata della mia vita”, risulta del tutto compatibile con lo status di eccesso maligno quivi dominante, resterebbe dall’altra parte quanto meno vergognoso e di assoluta nefandezza professionale, storica, artistica e politica, il disinteresse manifestato dagli altri Paesi del globo, se non sapessimo con chi abbiamo a che fare.







