L'ingorgo (una storia impossibile)
Il difetto fondamentale, il più grave, in uno degli ultimi film di denuncia sociale e di impegno civile antecedente l’avvento della neocinematografia di regime, è certamente l’inserimento del sottotitolo privo di punto interrogativo. Per il resto, letta come metafora futuristica, la vicenda cinematografica simboleggia l’ammucchiata di oggi, putrida, loffa, cecata, imbolsita e claudicante, precipitata in un stato di coma profondo e irreversibile, dove il futuro è il passato e il presente è l’ingorgo di...
...un pluralismo morboso di malattie e patologie variegate, in cui la lebbra o il cancro e la leucemia perniciosa della società, rivelano in una ammucchiata purulenta e incessante, la natura, gli obiettivi e i proponimenti nefandi di un ordine sociale incivile. Doverosa compare di conseguenza l’osservazione che - invece che ai due coniugi - la battuta (“Che schifo!”) avrebbe dovuto essere rivolta in primis a se stesso, in quanto rappresentante eccellente dell’ingorgo, da un Marcello Mastroianni che nel film di Luigi Comencini recita la parte di un attore famoso del cinema italiano, il quale viene ospitato con grande generosità e calorosità da una coppia di coniugi che, scoperti i suoi particolari gusti sessuali, finisce per mettergli a disposizione la moglie incinta in cambio della sua raccomandazione, perché il marito aspira a un posto di autista di Cinecittà.







