Piacevole film di Franco Brusati, interpretato da Nino Manfredi e da altri attori capaci di buona recitazione, che confrontato alle attuali bufale, assurgerebbe forse impropriamente all’appellativo di “capolavoro”. Giovanni Garofano-Nino Manfredi è un onesto emigrato italiano in Svizzera, il quale trova una occupazione stagionale come cameriere presso un lussuoso ristorante insieme a un emigrato turco, con il quale entra in competizione per ottenere l’assegnazione stabile del posto. Sennonché, un brutto giorno, per una banale disattenzione “tutta italiana”, viene sorpreso e fotografato mentre orina in pubblico contro un muro, dal che perde il posto di lavoro e il permesso di soggiorno in Svizzera. Dopo un periodo di ricerca di un lavoro in cui – con la parentesi consolatoria e breve di una fragile relazione sentimentale instaurata con una rifugiata politica greca – inizia per lui un lungo calvario alla ricerca non solo del posto di lavoro, ma anche...
...di una propria dignità calpestata dall’indifferenza e dal sottile razzismo della società elvetica, rifuggendo la rassegnazione, il vittimismo e il patetico folclorismo degli italiani all’estero, fino a divenire il cameriere personale di un ricco uomo d’affari italiano residente in Svizzera (Johnny Dorelli), il quale però - travolto dal proprio fallimento economico e affettivo - si suicida facendo scomparire nel nulla i risparmi di una vita di lavoro, che Giovanni Garofano - Nino Manfredi gli aveva incautamente affidati. Finito prima in una baracca di emigrati, poi in un pollaio dove viveva in allucinanti condizioni una famiglia partenopea; e infine (dopo aver tentato di farsi passare per svizzero tingendosi di biondo i capelli), viene scoperto quando pubblicamente gioisce per un gol italiano, mentre in un bar assiste in televisione a una partita di calcio internazionale di cui era protagonista l’Italia. Infine, decide di rientrare in Italia, ma in treno, sentendo i compagni di scompartimento cantare le solite canzoni folcloristiche alla “canta che ti passa” intese alla rassegnazione immorale, tira il freno di emergenza e scende dal treno lasciando libero lo spettatore di intuire o decidere il resto della storia. La trama del film, così minuziosamente riportata perché emblematica e significativa della società e dei costumi dell’epoca, è stata portata sulla scena cinematografica con consapevolezza, maestria e mestiere, da un regista e da attori bravissimi in conformità ai canoni artistici che precedono la restaurazione, attraverso altri regimi e sotto altri nomi, della società dei fasci, del libri e dei moschetti, dell’odierno credere, obbedire e combattere pluralista-sintomatico.






