In un celebre college americano viene forgiata in maniera irreprensibile la futura classe dirigente da codificare geinove negativo, e tutto procede secondo i più rigorosi e tradizionali canoni della scolastica tradizionale. Ma ecco che arriva in classe il figlio viziato di un senatore che, dopo i primi scontri con la rigidità della scuola, un professore riesce a coinvolgere negli studi. Ma si tratta soltanto di apparenza, perché il figlio del senatore imbroglia e con vari trucchetti riesce perfino ad arrivare in finale sfiorando la vittoria per il titolo di “imperatore” nei giochetti di memoria della classica gara di storia romana. Dopo molti anni, divenuto un importante uomo d’affari, il rampollo del parlamento americano condizionerà l’elargizione di una donazione per il college purché quella gara venga rifatta. Naturalmente neppure questa volta riuscirà a vincere, benché il suo vecchio professore imbranato e impettito (Kevin Kline), che conosce a memoria la storia dell’antica Roma ma ne sa poco o niente non avendola capita, ce la metta tutta per portarlo in trionfo, fino a quando - dovendo dare retta al regista, agli autori, ma principalmente al pubblico e alla produzione che ha messo a rischio il proprio denaro finanziando l’opera cinematografica - non può più esimersi dallo smascherarlo a nome e per conto del perbenismo ipocrita americano, dando modo alla banalità della storia di concludersi nel più confortevole nulla di fatto dello status quo, dando merito allo stoccafisso manischista in vetrina quale secchione primo della classe, con grande soddisfazione di regia, produzione, autori e attori, e rispetto per le regole che alla ferocia e alla irrecuperabilità del male offrono la migliore preparazione e il migliore allevamento e protezione possibili per il futuro dell’america e del mondo. La classe dei peggiori, ossia dei “più”, collocati in cima alle graduatorie del contesto negativo invertito che in futuro dovranno dirigere i destini americani e del mondo verso lo sfacelo, è in questo film – di per se stesso uno dei più tediosi lungometraggi che la storia del cinema statunitense ricordi – perfettamente rappresentata soprattutto nella banalità di associarla, facendo ulteriormente piovere sul bagnato, al mondo perverso della politica. La forzatura del “cattivo”, impersonato dal figlio del senatore corrotto, contrapposto ai “buoni” riciclati nel resto della scolaresca di pari provenienza benestante corrotta e degenere (che non sarebbero stati altrimenti ammessi nel famigerato college maschilista del “peggio del peggio”, molti anni dopo apertosi alle donne ma non certo alla Conoscenza), trasferisce nell’Evidentismo gli altri due aspetti del Male Perfetto, il Disconoscimentista e il Travestitista. In questa flaccida commedia rasserenante e buonista di un’America faro planetario, i malcapitati attori e i caratteristi che disgraziatamente si portano dietro, ci sembrano catapultati a casaccio, come capita capita, secondo gli schemi mercantili hollywoodiani volti al business facile e all’happy and che accontenti tutti: conservatori e conservati, repubblicani e democratici. Soprattutto perché, secondo gli intenti del film perfettamente recepiti dalla critica all’uopo accreditata, il “meglio”, vale a dire il “peggio” del film, sta in questo dualismo di una cinematografata comunque “nata per piacere”. A chi, non è dato sapere, anche se – diciamocelo pure con franchezza – è sotto gli occhi di tutti l’eccesso del più e del troppo di un analfabetismo intellettuale professionistico che, ispirandola, la sorregge sotto la forma dei tanti Tolomeo sul foglio paga dell’immane Ignoranza che non conosce nemmeno se stessa ne tanto meno la base del sapere, la Tribase della Conoscenza - i tre elementi essenziali (da dove provieni, dove ti trovi, dove stai andando) – alimentando irreversibilmente quello dilettantistico e facendo perfino a meno dei malinconici addii dei tanti mister Chips succedutisi nelle rigenerazioni degeneri del Male Perfetto. Patetico, è allora l’aggettivo più appropriato che, per sintetizzare Il Club degli Imperatori in una sola parola, doverosamente gli compete.






