Un uomo scrive, vive e ama nell’oscurità, perché 14 anni prima è stato vittima di un terribile incidente automobilistico sull’Isola di Lanzarote, che gli ha portato via Lena, la donna della sua vita, e con lei la vista. Egli ha due nomi: Harry Caine, pseudonimo con il quale firma le sue opere di scrittore, comprese le sceneggiature cinematografiche, e Matteo Bianco, il suo vero nome con cui dirige i suoi film. Dopo l’incidente automobilistico, impossibilitato a continuare l’attività di regista, considera Matteo Bianco morto insieme alla donna amata, e Harry Caine, senza poter dimenticare, continua a vivere i quattordici anni successivi con al suo fianco la fedele direttrice di produzione Judit Garcia, lontano amore di gioventù di Matteo Bianco, e Diego, figlio di quest’ultima. Un incidente, che costringe Diego a una lunga degenza assistito da Harry il quale, a poco a poco raccontando a Diego la propria vita, resusciterà Matteo Bianco trasformandolo in un padre al capezzale del figlio, risulterà l’occasione, il senso e il pretesto dell’happy end. La trama finisce qui e, diciamocelo francamente, ci importa poco o niente, perché il film è uno di quelli in cui Pedro Almodovar non dà certo il meglio di se, ma in questo caso la bellezza insieme terrosa ed eterea di Penelope Cruz, la sua sensualità che freme e respira carne e sangue vivo e la sua consueta luminosità e bravura nell’impersonare la dolce Lena - che la trama aveva cancellato per mantenere in vita personaggi grigi e sbiaditi senza accorgersi che sarà invece Penelope Cruz a cancellarla insieme ad ogni altra tediosa presenza - sono tutto ciò che del film rimane. Ancora una volta indimenticabile.





