Interpol
“Interpol”
Un disco di uno spessore culturale fuori dal comune.
Solo il corso del tempo potrà inconfutabilmente stabilire se il nuovo lavoro dei newyorchesi Interpol è semplicemente il loro quarto grande disco o l’ennesimo centro di una band che ha dimostrato, in questa prima decade degli anni duemila, un tale livello di ispirazione per la forma canzone, che meriterebbe di entrare di diritto nelle Hall Of Fame della musica rock.
Certo non può sfuggire a chi ha seguito e segue con una certa attenzione il mondo del rock, che a differenza dei loro miti degli anni ottanta, gli Interpol, entro certi limiti, non modificheranno mai il corso della storia e non potranno avere lo stesso impatto che hanno avuto allora su generazioni di appassionati i Joy Division in primis.
“Interpol” è un’opera monolitica, che va assimilata nella sua interezza per apprezzarne il suo affascinante contenuto. Anche l’austerità della copertina del CD con le sue oscure forme geometriche e la quasi totale assenza di informazioni, sembra invitare gli ascoltatori a concentrarsi esclusivamente sulle non immediate composizioni del disco.
Ed è indubbiamente una scelta coraggiosa in questo preciso momento storico, in cui il facile consumo di musica digitale su internet sembra sancire un’inarrestabile declino del mercato discografico e, quindi, i singoli trainanti hanno assunto per gli artisti una importanza vitale.
Fin dalla prima traccia “Success” non si lascia spazio a sensazioni solari e lungo tutto il percorso dell’album si punta dritti ad atmosfere cupe e malinconiche, dall’ossessivo e ripetitivo riff della chitarra di Daniel Kessler in “Lights” con il suo onirico crescendo finale in cui a sovrastare è l’ottima e possente voce di Paul Banks, all’incedere lento ed orchestrale della stupenda “Always Malaise (The Man I Am)", a “Safe Without” davvero un gran pezzo con un maestoso attacco da manuale della New Wave, per chiudere con la sorprendente “The Undoing” con il cantato condito da inaspettate licenze linguistiche.
Un disco di uno spessore culturale fuori dal comune che confermerà granitiche certezze nei vecchi appassionati che seguono il gruppo fin dal loro esordio ormai nel lontano 2002 “Turn On The Bright Lights”, a cui questo nuovo lavoro è legato a doppio filo, ma che probabilmente non attirerà nuovi fans dell’ultima ora.






