R a d i o l a n d

M u s i c a & I n f o r m a z i o n e

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home Recensioni musicali Dischi Brendan Perry - Ark, Dead Can Dance, recensione, Wintersun - Radioland

Brendan Perry - ArkBrendan Perry “Ark”

Bisognerebbe scrivere pagine e pagine sui grandissimi Dead Can Dance (1981 – 1996), che sono riusciti nel corso della loro esistenza, partendo dai germi della darkwave, a trasformarla sempre attraverso atmosfere sognanti ed eteree, con arrangiamenti sinfonici e con l’elettronica sposata a sonorità etniche e tribali, e creare alcuni fra i momenti sonori più belli e suggestivi dello scorso secolo.

I componenti del gruppo, essenzialmente un duo, che hanno dato vita ad una non lunghissima ma imprescindibile discografia, sette album in studio ed uno dal vivo, tutti ovviamente consigliatissimi,  erano la talentuosa Lisa Gerrard, una delle più grandi e duttili cantanti ancora in circolazione e appunto Brendan Perry, anche lui dotato di una non indifferente voce baritonale.

L’Uscita di questo nuovo lavoro di Perry, il suo secondo disco solista a poca distanza dalla proficua collaborazione con i Piano Magic, a cui aveva regalato due memorabili interpretazioni nel loro non meno interessante ultimo disco Ovations, riporta il sorriso sia pur malinconico ai tantissimi fans dei Dead Can Dance, che con il cuore infranto sono aggrappati ormai alle carriere soliste dei due artisti sopracitati.

Ma non è certo un’operazione nostalgica quella che scaturisce dai solchi di questo stupendo quanto inaspettato “Ark”.

Bastano le prime magiche e marziali note dell’iniziale “Babylon” per proiettarci nella dimensione emotiva in cui non è possibile non innamorarsi della malinconia e dell’oscurità, il profondo basso contestualmente agli eterei synth della successiva “Bogus Man” ci cullano elettronicamente verso il capolavoro dell’intero album, l’epica “Wintersun” con cui si abbraccia senza più alcun ritegno tutta la spiritualità che una semplice canzone può dare.

Tutto il disco si mantiene comunque su livelli eccelsi, le pulsanti ed orecchiabili “Utopia” e “Inferno”, le tristi e poetiche “This Boys” e “ Crescent” accarezzate dalla profonda voce di Brendan, intrise di una sensibilità gothic che credevamo ormai consegnata ai posteri.

Ma è la sorprendente e movimentata “The Devil And The Deep Blue Sea” con il suo suadente giro di tastiere ed una ipnotica drum machine a ricordarci che è dagli anni ottanta che tutto ha avuto irrimediabilmente inizio.

Alla fine del viaggio sonoro, all’esaurirsi dell’ultima nota rigorosamente al buio, non restano che il plauso, la commozione e il silenzio.

Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

 
Banner
Banner
Banner
Banner