I testi dei White Lies si rivolgono essenzialmente alla loro generazione
Gli eventi nella storia della musica sono ricorrenti, anche all’inizio di questo umido e freddo 2009, ecco d’incanto materializzarsi in U.K. l’ennesima band di giovanissimi con il giusto sound e look di tendenza del momento, il tutto ovviamente sotto i riflettori e il frastuono della stampa specializzata.
Le varie riviste musicali inglesi si accapigliano fra di loro per dileggiarli o per aggiudicarsi la paternità della loro scoperta, si arrovellano per capire se il progetto White Lies è solo un fenomeno derivato più o meno studiato a tavolino.
Lascio volentieri a loro questi futili interrogativi, ritengo la proposta sonora dei White Lies valida e gradevole e questo è quello che mi interessa.
Trio proveniente da Londra, composto da Harry McVeigh chitarrista cantante e tastierista, Charles Cave bassista e autore dei testi e dal batterista Jack Brown, sono la diretta conseguenza del recente successo di gruppi come Interpol, Editors, Bloc Party ecc..
Missato dal geniale Alan Moulder (già al lavoro tra gli altri con Depeche Mode e U2), il loro album d’esordio “To Lose My Life”, primo nelle classifiche d’Oltremanica, conferma che le atmosfere cupe e tormentate, avvolte in questo caso in un abito pop di chiara ispirazione wave 80, continuano ad appassionare i giovani inglesi.
Lungo l’avvincente percorso sonoro dell’album, risultano particolarmente brillanti, la trascinante “Death” brano di apertura del disco, la title track “To Lose My Life” caratterizzata da un basso pulsante ai limiti della dance, le scure ed epiche ballate “Fifty On Our Foreheads” e “Unfinished Business” in cui la linea melodica e l’estensione vocale di McVeigh è carica di pathos, l’evocativa “E.S.T.” che ricorda i migliori Tears For Fears e l’ottima e potente “Farewell To The Fairground” in cui è la chitarra particolarmente incalzante e inspirata a condurre il brano.
I testi dei White Lies si rivolgono essenzialmente alla loro generazione, ponendo l’accento sull’idea decadente della inevitabilità della morte se legata alla perdita dell’amore, tanto da risultare affascinante fra i giovanissimi, in quanto pone l’ineluttabile comunque come un punto fermo e imprescindibile, in un momento in cui non ci sono più rassicuranti ideologie e valori certi.






