Testi forti, impressivi e irriverenti ma, al tempo stesso, onirici e surreali.
I Domus de Janas (che in sardo letteralmente significa case delle fate), sono una band di recente formazione davvero interessante che bene si inserisce nel panorama musicale contemporaneo, in particolare nell’ambito delle sonorità di alcuni gruppi italiani degli anni ’90 come C.S.I., Ustmamò e Modena City Ramblers, ma che sviluppa una autenticità e originalità che denotano un’impronta del tutto personale; impronta che percorre anche il loro ultimo lavoro (sei canzoni ed un’introduzione strumentale) da ascoltare tutto d’un fiato. Quello che emerge è così un progetto compiuto del disco, ed ogni pezzo rappresenta un addendo sensato di un totale impeccabile in andamento graziosamente nodulare, così come ogni strumento suonato valorizza ed arricchisce il prodotto finito.
Ascoltando queste canzoni (nelle quali la voce asciutta e gradevolmente nasalizzata della cantante Lara Mariotti si esprime al meglio), pare di essere trasportati da una macchina del tempo che genera salti temporali anche all’indietro, perfino ad atmosfere da menestrello di castelli rinascimentali (come nel brano “Pescatori di streghe). Allo stesso modo si incrociano stili musicali diversi che si completano a vicenda. E da incipit lenti si passa così a finali in accelerazione crescenti d’impeto, come ad esempio nella canzone “Plastic bag” (che insieme a “Piombo liquido” sono forse i due pezzi più avvincenti del disco) dove ritmi blues convergono verso un intenso finale di violino e chitarra acustica.
L’appeal di questa musica folk-acustica sconfinante nel rock, consiste anche nei testi forti, impressivi e irriverenti da una parte (come nei brani “Lotta” e “Libera”), ma al tempo stesso onirici e surreali. “A volte il mondo è vero/ e la spaventa a morte./ Lei in fondo non ha niente/ per spaventare i sogni”. Parole che appaiono come spezie profumate che seguono il percorso del tempo. Come se una spruzzata di sogni piovesse sopra la giungla del reale per rabberciare colori di fiaba scoperchiati e evanescenti, che gravitano intorno a suoni concreti ma liquidi pronti anch’essi a svanire.
Unico appunto: disco troppo breve. Avremmo voluto sentire altri pezzi, perché è sempre un piacere ascoltare musica di qualità!
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