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Home Retrospettive History rock Ultravox - biografia, recensioni, discografia, Midge Ure, John Foxx - Radioland - 1976 – Inizio di ottobre. “The Wild, The Beautiful and the Damned”.
Indice
Ultravox - biografia, recensioni, discografia, Midge Ure, John Foxx - Radioland
1975 Marzo – L’unico singolo dei Tiger Lily “Ain’t Misbehavin”
1976 – Inizio di ottobre. “The Wild, The Beautiful and the Damned”.
1977 Il primo singolo degli Ultravox “Dangerous Rhythm” / “My Sex”.
I primi Ultravox! L’album “Ultravox”
Tutte le pagine

1976 inizio ottobre - "The Wild the beautiful & the Damned"

L’album faceva parte di una serie chiamata “Front Runners”. Il titolo dell’album era “Rock & Reggae & Derek & Clive” Ne venni a conoscenza leggendo il messaggio pubblicitario che lo annunciava sul numero settimanale di Melody Maker del 2 ottobre 1976. Il disco raccoglieva pezzi di artisti della Island Record ed era disponibile come offerta speciale, venduto come supplemento del giornale musicale Melody Maker per 65 pence. Gli altri artisti erano: Robert Palmer, Bunny Wailer, Max Romeo, “the Upsetters”, “Burning Spears”, “Justin Hines & the Dominos”, Peter Cook & Dudley Moore, Sandy Denny, and “Eddie & The Hot Rods”.

Il nostro posto sulla copertina non era individuato da una foto della band o dalla foto della copertina del nostro disco in uscita, bensì da un bel punto interrogative, dal momento che non eravamo stati in grado di fornire un nome che fosse il nome della band! In effetti stavamo ancora spaccandoci la testa su quello che sarebbe divenuto il nostro penultimo nome. Avevamo attraversato diverse fasi da quando ci eravamo formati come band e “Tiger Lily” era di gran lunga decaduto. Quindi avevamo “the Zips”, “Fire of London” e “London Soundtrack”: ci eravamo chiamati persino “The Damned” per un paio di settimane fino a che non scoprimmo di essere stati già battuti un’altra band con questo nome! Sapevamo che qualunque fosse stato il nome che avessimo scelto per quel progetto, quello sarebbe stato il nome con cui saremmo stati riconosciuti sempre, e volevamo essere sicuri della nostra scelta. Tuttavia il disco doveva uscire e non potevano aspettare che noi prendessimo una decisione. Di qui, il punto interrogativo che ci individua sulla copertina di “The Wild, The Beautiful and the Damned”. Conservo una copia del disco da qualche parte a casa mia.

Voglio citare il testo dell’annuncio pubblicitario, testuale:

“Rock & Reggae & Derek & Clive” è il titolo dell’album di questa settimana che MM offre nella favolosa collezione “Front Runners” a 65 pence. E’ il terzo oggetto del desiderio di questa raccolta che consente ai lettori di MM di venire in possesso di album dei nomi più popolari nelle classifiche pop ma che non potrebbero essere acquistati nei negozi. La Island Record ha realizzato una raccolta unica in questo album grazie all’apporto dei suoi artisti più famosi. L’album presenta: Robert Palmer, Bunny Wailer, Max Romeo, “the Upsetters”, “Burning Spears”, “Justin Hines & the Dominos”, Peter Cook & Dudley Moore, Sandy Denny, and “Eddie & The Hot Rods”.

La sezione a noi riservata diceva:

Nome sconosciuto. “The Wild, The Beautiful and the Damned”. La prima volta che la band esce su disco. Si tratta di una band britannica nuova di zecca, il cui album di debutto, dal quale questo pezzo è tratto, è in fase di definizione con la produzione di Brian Eno. La band non ha ancora un proprio nome.

John Foxx e Billy Currie in studioCome al solito, non ci rinunciano mai! NOI abbiamo prodotto il disco e riconoscemmo a Steve Lillywhite e Brian Eno il ruolo di co-produttori, però… tutti lì a dire: il disco prodotto da Brian Eno! Questa cosa mi fa veramente incazzare, perché non solo è falsa ma tradisce sciatteria intellettuale. La casa discografica aveva un “nome” da spendere coinvolto nel progetto, così anche loro tendevano ad enfatizzare il nome di Eno per attirare maggiore interesse e spingere le vendite.

“The Wild, The Beautiful and the Damned” era una delle prime canzoni che scrivemmo. Dal momento che non suonavamo dal vivo (non avevamo voglia di suonare dal vivo almeno fino a che non avessimo potuto farlo come ritenevamo fosse giusto farlo; eravamo determinati a non rimanere incastrati nel clichè, che odiavamo, del “concerto rock da pub”; col tempo abbiamo gradualmente modificato la nostra posizione e perfino suonato in alcuni pub: d’altra parte eravamo curiosi di verificare come funzionava la nostra musica dinanzi ad un pubblico), abbiamo scritto bozze su bozze di canzoni durante il periodo al Moderno. Scrivevamo una canzone, ci lavoravamo su per renderla perfetta, quindi passavamo ad un’altra canzone, quindi tornavamo alla canzone precedente e cominciavamo a dissezionarla per renderla ancora più perfetta o per salvarne solo gli elementi migliori per incorporarli in una canzone più recente, buttando via quello che non ci piaceva più. Fu un’esperienza fondamentale di arte e di tecnica della scrittura della canzone. “The Wild, The Beautiful and the Damned” fu assemblato dopo un paio di settimane di tentativi incessanti giocando, sui suoi  elementi essenziali. Ma una volta che il pezzo venne fuori, aveva già la sua identità e non dovemmo più cambiarlo. Sentivamo che la canzone rappresentava all’epoca, come del resto accade per la canzone di chiunque altro, esattamente quello che eravamo. E siamo sempre stati consapevoli che sarebbe stata una scelta dovuta quando sarebbe stato il momento di registrare un album.

Brian Eno era un gentiluomo davvero interessante e di grande personalità. La nostra esperienza di lavoro con lui fu davvero un esperimento rivelatore e di grande piacevolezza. Non ne sono pentito e penso che gli altri siano d’accordo. Ma quell’esperienza fu assolutamente diversa da come noi l’avevamo immaginata. Eravamo convinti, anche a causa dell’immagine che Brian si era costruito con i Roxy, che egli fosse un autentico mago della tecnica, uno che tirava fuori dalla manica tutti i trucchi immaginabili nell’attività di studio, uno che governava la tecnica della produzione come fosse il suo regno. Noi, dal canto nostro, eravamo affamati di sapere e volevamo imparare a far funzionare tutti gli apparati di studio e pensavamo che lui fosse la persona giusta per mostrarci la strada per riuscire a superare il tipico approccio chitarra/basso/piano/batteria che all’epoca era assolutamente dominante. Volevamo impadronirci della sua mente.

Quel che scoprimmo però fu che Brian – a quel tempo – era piuttosto  primitivo in fatto di conoscenze tecniche. Non era proprio il suo forte. Nei primi giorni in studio (Brian arrivò quando noi avevamo già registrato il la struttura del materiale che doveva finire sul disco), ricordo che guardavo il suo sintetizzatore mini-Moog. Era la prima volta che riuscivo a metterci le mani sopra e aveva tutti questi piccoli pezzetti di nastro appiccicati vicino alle chiavi con su scritti i nomi delle note, e c’erano anche piccoli disegnini attaccati vicino ad alcune delle leve di controllo. Ricordo che indicai un grazioso ritratto di una pecora e chiesi “Che significa?”. Mi rispose “beh, non so esattamente qual è la funzione di quella leva ma, quando la aziono, determina un suono “lanoso”, così l’immagine della pecora (pecora … lana … capisci?) mi aiuta a ricordarlo…” Ero decisamente sorpreso. Non sapevo come replicare. Penso che mi limitai ad assentire e dissi “Ummm… buona idea!”. Da quel momento in poi, cominciai seriamente a pensare che Brian non fosse il mago della tecnica che noi credevamo che fosse!

Eno era più che un intellettuale, un uomo di idee. Era piuttosto fiero del fatto che non gliene fregasse nulla di come il risultato finale funzionasse. A lui interessava il processo (che è un fatto importantissimo per imparare e bellissimo se il tuo futuro musicale non dipendesse dalla reazione pubblica, non meno che privata, al “risultato finale”). Non avevano difficoltà a riconoscere l’importanza del “viaggio” rispetto alla “destinazione”, ma nel nostro caso avevamo bisogno di essere più pragmatici: il “risultato finale”, che sarebbe stato pubblicato perché il pubblico godesse della musica, a noi interessava moltissimo! Eravamo d’accordo che fosse assolutamente cool fare tutte quelle cose eccentriche e inusuali nello corso del processo di registrazione, ma ciò non toglieva che quello che ne veniva fuori dovesse suonare bene. Non ci sarebbe stato un secondo album per noi se il primo fosse stato appena al di sotto delle nostre potenzialità, e tutto quello che potevamo dire era “ma è stato grande farlo”.

I nostri momenti migliori, più produttivi e più interessanti, erano quelli in cui il nastro non stava girando; quando ce ne stavamo nella sala controllo a chiacchierare di musica e di arte. Sembravamo essere sulla stessa lunghezza d’onda, ma il suo modo di esprimere il grumo di emozioni con le quali un artista è chiamato a misurarsi era certamente più articolato del nostro. Sembrava che egli avesse sviscerato a fondo i problemi, mentre noi stavamo ancora cercando di mettere tutti i pezzi insieme. Adoravamo stare lì ad ascoltarlo e credo che fosse, dopotutto, una grande idea. Lavorò al massimo solo su tre delle quattro canzoni e non utilizzammo nessuno dei suoi missaggi (questo non lo menzionammo perché non volevamo essere indelicati). Ad essere sinceri, il suo nome certamente aiutò ad attirare l’attenzione che altrimenti non avremmo avuto per il nostro primo album, ma certamente questa non fu mai la nostra intenzione.

E’ già irritante ritrovarsi a leggere, come accadde, certe critiche su determinate canzoni “Il tocco di Eno è un marchio di fabbrica su questo pezzo, bla bla bla…”, quando, in realtà, la canzone fu scritta e realizzata senza alcuna partecipazione di Eno. Come al solito la pigrizia dei giornalisti non smette di colpire.