“ANGEL DUST” OVVERO OLTRE LA MUSICA
Guardando tra i dischi in offerta di quel giorno mi capitò davanti agli occhi un CD dal titolo Spirits di un certo Gil Scott-Heron, musicista di colore che non conoscevo. Non so perché m’incuriosì e chiesi a Claudio, il mio consulente musicale, notizie su quell’artista. All'istante gli s’illuminò lo sguardo mentre parlava. Neanche a farlo apposta avevo scovato uno dei suoi musicisti preferiti. - Scott-Heron è un artista a tutto tondo, ma difficile da amare. Un percorso di vita non facile il suo; cresciuto nelle strade, sempre sensibile alle problematiche sociali e politiche. Cocainomane e alcolizzato fino al midollo, è anche finito in carcere ed ora sembra sia ridotto a fare il barbone per le strade di New York. Nei testi delle canzoni c’è tutta la sua rabbia, la protesta per i diritti dei neri, l’amore per la libertà e la democrazia che sosteneva anche nei suoi libri.
Claudio continuava entusiasta a parlarmi di lui – Un personaggio eclettico e fuori da ogni schema: scrittore, poeta, musicista, attivista politico, sempre fiero della sua negritudine. Così come la sua musica non è jazz, non è rock, non è blues, né rap né funky, ma è tutto questo insieme. Gil riesce a fonderli alla perfezione dando vita a capolavori espressivi e interpretativi come “The bottle” ed il relativo disco Winter in America, del 1974; qui la perfetta tessitura dei diversi contrappunti melodici e dei bruschi passaggi armonici all’interno di uno stesso brano, non può lasciare indifferenti. Proprio questa contaminazione di stili differenti conferisce maggiore intensità ai brani. La stessa canzone “Winter in America”, pubblicata nel successivo album The first minute of a new day (cioè mezzanotte), rappresenta una metafora del freddo, e guarda con occhio critico il passato di una nazione (gli USA) che ha perso l’anima. Canta così “..ain’t nobody fighting because nobody knows what to save”. In un altro pezzo dello stesso album, arriva invece un messaggio di speranza: la musica come imperitura ancora di salvezza “..seasons may change and feelings may change but music remains.” – Claudio non riusciva più a smettere di parlare – Questi fantastici pezzi sono stati il risultato del suo sodalizio artistico con Brian Jackson,
pianista e compositore già noto che suonerà con lui per diversi anni. - Sai, il mio brano preferito s’intitola “Angel Dust” (che pare alluda alla “polvere bianca”, la droga). Nella versione live del CD Tales of Gil Scott-Heron registrato nel 1992 con il suo gruppo del momento, gli Amnesia Express, dopo un monologo recitato in cui Gil si sbizzarrisce per più di 20 minuti, il pezzo esplode in strepitosi assolo di sassofono, basso e pianoforte che confluiscono in un crescendo di ritmo sempre più incalzante, a colpi di energia e sensualità (che ti prendono fino a entrare nelle viscere!) sino al suo climax, per poi tornare su toni e suoni più pacati. – Claudio continuava – La musica di Gil non si può identificare o etichettare, soprattutto non la si può circoscrivere. Va oltre! Ed è bello andare oltre, non accettare confini. - Ma i confini te li impone la società, non siamo noi a sceglierli – replicavo io. - Questo è quello che ti fanno credere, una sorta di alibi, ma in realtà siamo noi stessi a rinchiuderci dentro. La musica ha il potere magico di farti superare qualunque limite, oltrepassare ogni confine. E la musica di Gil ancora di più perché lui è uno autentico, uno che ha scritto e composto per passione. Non per il mercato discografico, né per il successo. – Ero completamente assorta ad ascoltarlo, ma non aveva ancora finito la sua “lezione” che si spostò su toni più funerei. - Potendo scegliere la colonna sonora al momento della mia morte, vorrei proprio “Angel Dust”, un brano così energico ma al tempo stesso profondamente drammatico. Secondo me, ancor più dell’Adagio per archi e organo di Albinoni, o dell’adagio della sinfonia n. 5 di Mahler (ti ricordi la colonna sonora del film di Visconti “Morte a Venezia”?) – Lo guardai perplessa. E Claudio il confine lo ha oltrepassato davvero! Un mese dopo decise di liquidare l’esperienza della sua vita. Forse proprio per sperimentare cosa c’è oltre quel confine…E sono certa di conoscere la musica che aveva scelto per gli ultimi istanti…Non riuscivo a credere che si fosse suicidato. Lui sembrava così entusiasta della vita, e credeva nella musica di cui parlava. Sempre pronto a dare suggerimenti sugli ultimi dischi in uscita.
I suoi colleghi, dopo l’accaduto, erano sconcertati. Nessuno si sarebbe aspettato un gesto del genere. Forse era stato influenzato dai suoi miti di sempre: i grandi giovani del rock che si erano suicidati, come Ian Curtis, leader e voce dei Joy Division, Kurt Cobain dei Nirvana, o Adrian Borland dei Sound. Forse perché pensava (come sostenevano i versi tratti da "The Revolution Will not be Televised") che "...la rivoluzione si fa quando nessuno se l'aspetta e non per essere ripresa...". Ricordo che discutevamo spesso dei suoi idoli, che poi erano anche i miei, a cominciare da David Bowie fino a Fausto Rossi. Eravamo quasi diventati amici; quando andavo al negozio (almeno una volta alla settimana) si parlava anche di altro, non solo di musica. Ormai non ha più senso andare in quel negozio a cercare dischi. Quel posto s’identificava con Claudio, senza di lui…non esiste. – Devo cambiare negozio – pensai. Così passeggiando per il centro, entrai in un posto dove non ero mai stata. Tra i CD esposti in promozione, uno colpì subito la mia attenzione: era Spirits di Gil Scott-Heron! E rividi Claudio davanti a me che ne parlava con passione, mentre gli s’illuminava lo sguardo di quella sua profonda sensibilità…


