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Musica, cinema e televisione

Tian'anmen è stata la risposta arcigna e definitiva della classe dirigente

Il fiume gialloGli anni Ottanta sono stati il decennio di maggiore libertà espressiva del periodo post-maoista, anni nei quali gli intellettuali e gli artisti si sono illusi di aver finalmente conquistato quella libertà che avevano vagheggiato e sognato già nei primi anni del Novecento. Nel 1988 viene trasmessa dalla CCTV (Chinese Central Television) una serie televisiva dal titolo emblematico L'elegia del Fiume Giallo che smuove dal profondo gli archetipi fondativi della "Grande Civiltà Cinese". In seguito, degli sceneggiatori telvisivi, attaccano l'altro archetipo della millenaria "civiltà gialla", il Drago e la Grande Muraglia, tutti simboli, a loro avviso, dell'immobilismo e della chiusura, visualizzati nell'aridità della "terra gialla" bagnata dal grande fiume.

Nell'inquadratura finale del documentario l'acqua limacciosa del fiume viene quasi purificata dall'azzurro dell'oceano in cui sbocca, metafora a trasparente dei benefici di cui la Cina potrebbe godere se avesse il coraggio di immettersi nella grande corrente dell'oceano delle pluralità e della contaminazione culturale. Naturalmente una simile critica scatenò un dibattito senza fine tra intellettuali e i dirigenti del Partito. Questa stagione così vivace di riflessione e di critica, di sperimentazione e di avanguardia sfociò nella repressione e nel massacro di Tian'anmen del 4 giugno 1989. In questo caso le icone sono la Statua della Libertà di cartapesta eretta dagli studenti sul sacro suolo della Porta della Pace Celeste, e l'immagine del ragazzo con la sua borsetta di pezza, sperduto sulla grande strada Chang'an, che affronta con l'audacia di un Davide in maniche di camicia e senza fionda, il minaccioso Golia/carro-armato dell'Esercito di Liberazione.

 TienanmenIl 4 giugno di Tian'anmen è stata la risposta arcigna e definitiva  della classe dirigente, che fino a pochi giorni prima aveva mostrato la maschera sorridente e bonaria di Deng Xiaoping e immediatamente dopo quella feroce di Li Peng, ai suoi figli, quei giovani privilegiati che studiavano nei licei e nelle università della capitale. Il messaggio è forte e chiaro: il potere centrale del grande Partito non scende a patti con le richieste di libertà, che non sono altro che la rivendicazione dei principi fondamentali di autodeterminazione di quegli studenti. Ma il potere, ancora una volta, ristabilisce l'ordine, normalizzando i giovani e gli intellettuali più aperti alle novità, ricordando loro che le decisioni sono ancora nelle mani degli anziani, nella migliore tradizione confuciana. Tutta questa attività febbrile di rinnovamento, di ricerca e di analisi passa necessariamente, prima attraverso la scrittura, intesa sempre in termini di parola scritta, e più tardi si esprime attraverso le arti visive e la musica.

Il rock e il cinema sono i due ambiti in cui i nuovi artisti recuperano immediatamente il tempo perduto. Si tratta di due linguaggi giovani, che, soprattutto per i cinesi, non vantano una secolare tradizione ma, non appesantiti da modelli pregressi, sono immediatamente fruibili. Assistiamo così all'esordio della cosiddetta Quinta Generazione di cineasti di Xi'an, formatisi tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta a Pechino e che lavorano negli studi cinematografici di Xi'an.I primi due che si impongono sulle platee internazionali sono Zhang Yimou e Chen Kaige, i cui film vengono presentati nei festival più prestigiosi del mondo occidentale come Venezia, Cannes e Berlino.

La Cina che arriva – Autori vari – Avagliano editore