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Home Tutto sulla Cina La Cina è vicina Invasione di vestiti e scarpe cinesi

Invasione di vestiti e scarpe cinesi

Indice
Invasione di vestiti e scarpe cinesi
Esportazioni cinesi
Concorrenza
Cina nella WTO
Sollecitazioni comunitarie
La guerra di dazi
Tutte le pagine

Marco Polo

Un partenariato strategico con la Cina

Rischi e opportunità per l’Italia. Il premier Wen Jiabao, alla vigilia del suo viaggio in Italia nel maggio 2004, ha sottolineato l’importanza delle relazioni economiche tra Europa e Cina che risalgono ai viaggi di Marco Polo. Il premier ha affermato: “..Quando parliamo dell’Italia il nostro pensiero va naturalmente a Marco Polo che più di 700 anni fa fu la prima persona a presentare all’Europa, anzi al mondo, la Cina. Fu il primo a stabilire un ponte amichevole tra Oriente ed Occidente e fece l’esperienza di vivere per 17 anni nel nostro paese. Ancora adesso la gente ricorda con piacere “Il Milione” che rappresenta una bella memoria della storia dei rapporti tra i due Paesi. Grazie anche a questi legami storici le relazioni bilaterali tra Italia e Cina conoscono un buon andamento”.

Nel 1601, inoltre, Matteo Ricci, matematico gesuita conosciuto come “uomo saggio dell’Occidente”, andava a Pechino per rimanervi fino alla morte. Più noto in Cina di quanto lo sia in Italia, riuscì a penetrare nella Cina dei Ming (300 anni dopo Marco Polo). Con i suoi calcoli astronomici e la costruzione delle sue famose carte geografiche  - i mappamondi ricciani -  aprì la strada alla riforma del calendario cinese (compito poi affidato ai gesuiti che seguirono la sua strada a Pechino).Per questo, anziché parlare di ‘emersione cinese’ o ‘spostamento’ degli equilibri globali a Oriente, che evidenziano l’assoluta novità del fenomeno, sarebbe più corretto fare riferimento ad una “ri-emersione” o “ri-collocamento”, in grado di sottolineare le radici dello sviluppo odierno, che non sono affatto recenti. Le relazioni bilaterali tra Italia e Cina registrano un positivo andamento come anche confermato dall'impegno dei due paesi a celebrare il 2006 quale “Anno dell'Italia in Cina”.

A livello intergovernativo, una fitta trama di incontri politici consolida un rapporto sempre più stretto tra Roma e Pechino: da ricordare la visita in Italia del ministro degli Affari Esteri cinese Li Zhaoxing il 18 marzo 2005, in occasione della quale ha incontrato il presidente del Consiglio e il ministro degli Affari Esteri.L'incontro tra i due ministri degli Esteri ha fornito l'occasione per fare il punto sull'andamento dei   rapporti   bilaterali,  sulla scia della visita  di Stato del presidente della Repubblica  italiana in  Cina nel dicembre 2004.  In quella occasione era stato emesso il primo comunicato congiunto tra Italia e Cina che ha sancito un vero e proprio partenariato strategico tra i due paesi; in questo senso va anche la contestuale firma della dichiarazione istitutiva del Comitato Governativo Italia-Cina, organo volto a favorire incontri regolari tra i governi dei due paesi a vari livelli e a monitorare periodicamente i progressi compiuti nelle collaborazioni bilaterali in tutti i settori.Per quanto riguarda le diverse questioni regionali e globali, tra Roma e Pechino persiste una identità di vedute su numerose questioni, in primo luogo sulla riforma del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

Invasione di scarpe e abiti cinesiIn Italia, specie negli ultimi tempi, politici, imprenditori e cittadini hanno dimostrato un interesse crescente per la presenza della Cina che, grazie alla “invasione” dei propri prodotti, si afferma con una stabilità crescente all’interno del nostro mercato.Se da una parte è unanime la constatazione oggettiva dell’espansione e del peso economico che il grande paese asiatico sta assumendo, dall’altra, le opinioni si dividono sulle conseguenze che questa affermazione sta comportando ed è destinata a determinare.Così, si possono delineare due schieramenti a seconda del peso che ognuno di essi assegna alle implicazioni della presenza cinese sull’economia nazionale italiana.Il primo, che si potrebbe considerare “ottimista”, partendo dal presupposto che la Cina è destinata ad assumere un ruolo economico sempre più importante che non può essere fermato in alcun modo, concentra l’attenzione sulle opportunità che anche l’Italia può trarne. In particolar modo prendendo in considerazione l’apertura di un mercato in Asia molto ampio, dove potrebbe risultare piu’ facile produrre e poi vendere i propri prodotti.


Il secondo, che al contrario si può ritenere “pessimista” - vedere paragrafo successivo - osserva le implicazioni dell’immensa crescita delle esportazioni cinesi, e delinea un bilancio negativo per l’economia italiana. In questo caso, il potenziale mercato cinese risulta troppo lontano e difficilmente penetrabile per poterne approfittare, mentre la concorrenza cinese all’interno del proprio paese viene indicata come impossibile da rivaleggiare, perché supportata da vantaggi comparativi difficilmente eguagliabili dalle imprese italiane.E’ così possibile tracciare un duplice percorso di rischi ed opportunità che analizza le conseguenze per l’Italia dell’integrazione della Cina nel sistema economico globale.Non solo abbiamo assistito ad un’espansione della quantità dei beni prodotti e provenienti dall’Estremo Oriente, ma anche all’incremento della loro qualità e alla loro differenziazione.

Negozio di scarpe cineseSe da tempo le esportazioni cinesi vantano un primato per quanto riguarda il settore manifatturiero, in particolar modo del tessile e della pelletteria, oggi si assiste ad una crescita in molti altri settori.Per fare un esempio, sono aumentate notevolmente le esportazioni di macchinari dalla Cina, sottolineando che i beni strumentali stanno diventando un punto di forza nell’economia cinese.Secondo molti imprenditori i vantaggi competitivi dei quali gode la Cina sono insuperabili dalle condizioni presenti in Italia. Ad esempio, l’inesauribile forza lavoro a basso costo, oltre che alla sua laboriosità e qualificazione tecnica in crescita, i costi di trasporto estremamente inferiori a quelli europei, oltre alla presenza di una politica governativa in grado di favorire la produzione interna. A queste agevolazioni se ne aggiungono altre considerate “scorrette”, perché non rispettano gli standard che, nonostante non siano integrati negli accordi sottoscritti dalla World Trade Organization, vengono comunque seguiti dai paesi industrializzati.In base alle critiche, la Cina nel suo boom produttivo si avvantaggia di un insieme di fattori che, invece, le economie più avanzate non possono adottare perché vietati da un complesso apparato di norme. Ad esempio, per quanto riguarda le carenze dei diritti dei lavoratori (social dumping), il mancato rispetto delle norme internazionali che tutelano l’ambiente, e il cambio della moneta mantenuto artificialmente basso dal governo in modo da facilitare le esportazioni (dumping monetario).

“Nel sistema della WTO, manca tuttora una disciplina armonica che colpisca gli effetti distorsivi sul commercio internazionale determinati dal mancato rispetto di standard minimi di trattamento dei lavoratori nello Stato della produzione di un qualsiasi prodotto oggetto di esportazione. Sulla base della disciplina esistente, la riduzione artificiale dei costi di produzione ottenuta grazie al ricorso al lavoro dei prigionieri e dei fanciulli potrebbe integrare una violazione della disciplina antidumping.Analogamente, la compressione dei diritti dei lavoratori in Paesi in via di sviluppo potrebbe ricondursi a fattispecie assimilabili.” Se già questi elementi sono stati sufficienti a provocare serie difficoltà a diverse imprese italiane, la situazione viene aggravata dalla concorrenza sleale attraverso la violazione della proprietà intellettuale. Infatti, spesso i prodotti cinesi traggono beneficio dalla copiatura dei beni italiani, oltre che dai loro marchi.

I prodotti copiati sono molteplici. Magliette, cioccolatini, dvd, orologi, detersivi, sigarette, motorini software, farmaci, televisori macchine di precisione, computer. La Cina può essere considerata la patria della contraffazione: nessun paese è in grado di copiare tanto bene i prodotti dell’ingegneria altrui. Si potrebbe risalire alle origini culturali del fenomeno perché secondo la tradizione cinese copiare non è considerata una attività deprecabile; al contrario, è semplicemente una fonte di profitto.Per fare un esempio si prenda in considerazione il caso della copiatura dei cioccolatini Rocher della Ferrero. I falsari sono in grado di realizzare cioccolatini dal formato e dalla confezione identici ai Rocher, ma con il nome leggermente storpiato.Un artigiano tessile di Prato, ha affermato a fine 2004: “ Abbiamo resistito a non licenziare fino all’autunno, aspettavamo la ripresa. Invece, sono arrivati i prodotti cinesi. Le aziende preferiscono comprare all’estero i prodotti già finiti, soprattutto in Cina, a prezzi dimezzati”.Un imprenditore di tessuti,  ha dichiarato:” Abbiamo la certificazione Iso 9001 per la qualità e Iso 14000 per il rispetto ambientale. Ma in Cina se ne fregano di regole e garanzie. Oggi è una scelta che non rifarei, perché il mercato non premia questi investimenti, l’unica logica sembra essere il prezzo”.


Alcuni settori dell’industria italiana stanno risentendo particolarmente della concorrenza della RPC. Per quanto riguarda il tessile, le esportazioni verso Pechino crescono a un ritmo più lento delle importazioni che, invece, detengono una percentuale molto alta nel nostro mercato.  Ad esempio, il caso dell’industria della ceramica dimostra che negli ultimi anni le imprese cinesi stanno erodendo quote alla produzione italiana. Infatti, nonostante la ceramica cinese sia stata a lungo sottovalutata perché considerata di bassa qualità, oggi la capacità di acquisire tecnologie ha permesso la diversificazione della produzione che, dunque, può raggiungere livelli eccellenti.Di conseguenza, diverse aziende italiane hanno assistito ad una drastica riduzione dei profitti e, in molti casi, hanno cominciato a ridurre i propri costi di produzione licenziando il personale.Purtroppo, è innegabile constatare la debolezza in cui, negli ultimi due decenni, si è trovata l’industria italiana, per cause più o meno strutturali, l’Italia è quasi fuori dai settori industriali a più alta intensità di ricerca e il numero delle grandi industrie è via via diminuito.Non bisogna però dimenticare i punti Abito cinesedi forza dell’Italia: primo fra tutti il turismo, nel 2004 l’Italia è stato tra i primi quattro paesi al mondo per introiti turistici, oltre al settore agro-alimentare, nonché quello relativo all’abbigliamento-moda e all’arredo-casa. Negli ultimi due anni, comunque, le proteste di imprenditori e industriali sono aumentate notevolmente, dimostrando che la preoccupazione riguardo al “caso Cina” sta diventando un’impellenza che, per essere affrontata, necessita di un efficace intervento anche da parte del governo.Di conseguenza, il dibattito ha coinvolto il mondo politico che, prescindendo dai propri schieramenti, si è diviso sull’argomento della competitività con la Cina.Non è da escludere l’ipotesi secondo cui la Cina potrebbe veder crescere la propria economia grazie alla maggiore integrazione con Stati Uniti ed Europa, a tal punto da utilizzare questo nuovo dinamismo al fine di allargare la propria sfera d’influenza, e sviluppare così una politica imperiale nei riguardi di altri paesi. Questa eventualità non si può escludere a priori, ma si potrebbe usare lo stesso argomento anche nei riguardi di altri paesi: ad esempio Russia o India. Questo però porterebbe ad una chiusura dei mercati; è invece importante cogliere il nesso tra crescita delle relazioni economiche e radicamento della pace. Il dibattito che ha coinvolto gli schieramenti politici sul tema dei rischi che sta comportando l’accesso della Cina al libero mercato ha diviso i partiti al loro interno sulle modalità del confronto.Da una parte si collocano i difensori delle regole del libero commercio, rappresentate dalle norme della WTO, che indicano altre vie, comunque contrarie alle forme di protezionismo, per rispondere alla sfida cinese. Dall’altra, invece, si sono schierati i “neo-protezionisti”, sostenitori di azioni decise (quali dazi e barriere doganali di vario tipo) volte a proteggere la produzione italiana che, secondo gli stessi, rischia di soccombere a causa del “gigante cinese”.Questi sostengono che la concorrenza cinese ha due modalità: una è legale ma asimmetrica; l’altra è illegale, basata sulla contraffazione. Nel primo caso la concorrenza cinese è in grado di sconvolgere i mercati internazionali in quanto si basa su condizioni interne (costo del lavoro, protezioni sociali, standard ambientali, discrezionalità politiche, ecc.) non paragonabili a quelle degli altri competitori; nel secondo caso, si constata che la maggior parte dei beni made in Italy contraffatti provengono dalla Cina. Inoltre, si può osservare che il mercato europeo, pur essendo integrato in quello mondiale, non ha protetto sufficientemente la propria produzione industriale. Tra l’altro, non ha effettuato un’efficace tutela anti-contraffazione, non tutelando neppure il suo nome; “CE” significa infatti “Comunità Europea” ma anche “China Export”.In base alle nuove esigenze e prospettive del mercato globale, l’Europa dovrebbe rivedere alcune “chiavi” della sua politica: innanzitutto attraverso la riduzione della copiosa regolamentazione comunitaria, inoltre, incrementando la propria politica industriale e favorendo maggiormente l’attrazione dei capitali esteri.Le aspettative di lungo periodo che prevedono vantaggi per chi vuole esportare in Cina, si scontrano con due illusioni.La prima, che prevede per il futuro un allargamento del mercato cinese per le esportazioni italiane, è destinata a cadere perché “se i prodotti cinesi sono buoni e a buon mercato per gli europei, a maggior ragione lo saranno per i cinesi. Ai prodotti made in Europe in Cina saranno riservate tutt’al più aree di nicchia o marginali”.La seconda, che pensa di mantenere il monopolio della tecnologia riservando alla Cina la produzioni di massa, si sta gradualmente sgretolando perché “la potenza scientifica della Cina sta salendo vertiginosamente”.

Arte cineseDi conseguenza, considerando che l’Europa è “svantaggiata” nei confronti della Cina anche a causa della presenza di molti regolamenti interni volti alla certificazione della produzione, i “neo-protezionisti” indicano la necessità di intervenire con delle barriere in grado di proteggere gli interessi nazionali.Sono state così proposte (anche dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti) delle misure per rispondere alla concorrenza proveniente dalla Cina. Innanzitutto, secondo i neo-protezionisti nell’Unione Europea tutto è troppo standardizzato e regolamentato. E’ stata quindi stabilita l’elaborazione di norme anti-contraffazione per la tutela di marchi, che sono state già decise dal governo per tutelare il “made in Italy”. Viene istituito un marchio collettivo il cui logo è rappresentato dall’Uomo vitruviano di Leonardo che sovrasta la scritta “made in Italy” per contraddistinguere prodotti di particolare qualità. Inoltre viene istituito il Comitato nazionale anticontraffazione e vengono istituiti uffici di consulenza legale e monitoraggio per la tutela del marchio e dell’indicazione di origine presso le sedi ICE e le rappresentanze diplomatiche. Prevedere, inoltre, un potenziamento delle dogane in modo da predisporre tariffe integrate, l’identificazione specifica di codici e prodotti e l’imposizione delle misure di salvaguardia (dazi) previste dalla WTO.Le altre proposte riguardano delle azioni contro il dumping monetario (per quanto riguarda il tasso di cambio della moneta cinese, è stato proposto di inserire lo yuan in un paniere di monete tra cui anche l’euro), il dumping sociale e l’implementazione di barriere di carattere sanitario in grado di bloccare l’arrivo delle merci cinesi. E’ stato proposto di aumentare i controlli sanitari, alimentari e ambientali sui prodotti che arrivano dall’Oriente in modo da limitarne le esportazioni nel mercato interno europeo. Se da un lato i “neo-protezionisti” propongono una soluzione alle legittime preoccupazioni di molte imprese che devono affrontare la concorrenza cinese, dall’altro si oppone un altro schieramento dell’opinione politica che, invece, propone altri suggerimenti che esulano dalle pratiche protezioniste, considerando queste ultime non solo insufficienti ad affrontare la questione ma, soprattutto, dannose per le relazioni commerciali internazionali, oltre che per lo sviluppo dell’economia italiana.I protezionisti non tengono conto dei benefici dello scambio (che oltre apportare vantaggi materiali, implica relazioni personali, condivisione e avvicinamento fra due culture anche profondamente diverse), in grado di avvantaggiare entrambi i partecipanti alla negoziazione. Ridurre la possibilità di negoziare può significa eliminare occasioni di profitto, e questo, nei fatti, si manifesta in prodotti a prezzi maggiorati. La tesi protezionista non coglie come il venir meno delle barriere ridefinisca la divisione del lavoro e aiuti gli attori economici ad operare al meglio, anche se questo portasse ad evidenziare la crisi di alcuni settori produttivi europei ormai obsoleti, i quali non soddisfano più le esigenze dei consumatori. Tra le opinioni favorevoli alle più ampie relazioni tra Cina e Unione Europea, c’è chi sostiene (secondo una visione alquanto “eurocentrica”) che per ottenere migliori risultati bisognerebbe procedere gradualmente, grazie a negoziazioni specifiche, sector by sector. In particolare, l’idea è quella di procedere attraverso un completo abbattimento dei dazi solo qualora  le autorità cinesi procedono ad instaurare un ordine legale che tuteli i diritti umani. Ovviamente, però, un aspetto fondamentale è che lo scambio commerciale si realizzi in un ambito di correttezza e trasparenza, senza violazione delle regole (che, però, almeno nel breve periodo non ha una realistica possibilità di affermazione in Cina).È in questo quadro che si inserisce il ruolo sempre più imponente della Cina.Le relazioni commerciali con Pechino hanno occupato ultimamente un peso particolare per Bruxelles.


La Cina entra nel WTOCon l’ingresso della Cina nella WTO anche le relazioni commerciali con la UE sono state inserite in una nuova cornice, questa volta regolata da regole definite e stabili alle quali entrambe devono attenersi. Decisamente rilevante in tal senso il dialogo nel settore della produzione e della distribuzione di prodotti tessili, oltre che calzaturieri, anche se al momento particolare rilievo riveste il commercio di prodotti ortofrutticoli realizzati in Cina e rivenduti sul mercato comunitario. La Cina possiede un’industria tessile molto sviluppata - i cui primi successi risalgono alla fine del XIX secolo - che costituisce attualmente una delle maggiori voci nell’ambito delle esportazioni cinesi e nel commercio mondiale, ricoprendo il 17% dell’intera quota mondiale nel settore. Le misure dell’Accordo Multifibre prima e dell’Accordo Tessili e Abbigliamento poi le avevano impedito di sviluppare tutto il proprio potenziale, mostrando meno della metà della capacità produttiva e commerciale di cui il paese dispone. Infatti, con l’abolizione del sistema delle quote, la Banca Mondiale stima che la Cina potrebbe in breve raggiungere addirittura il 45% della quota mondiale nel commercio di prodotti tessili, diventando un vero e proprio colosso in grado di mettere in crisi la produzione e il commercio estero di qualunque paese, in particolare dei produttori del Sud-Est asiatico e centroamericani. Le preoccupazioni dei paesi dell’Unione Europea (e in particolar modo dell’Italia) è quella  di essere invasi dalla produzione cinese, nell’ambito dell’abbigliamento, e di non riuscire a far fronte alla potenziale crisi interna delle aziende del settore, che vedono una grossa difficoltà a competere con le aziende cinesi, soprattutto in paesi come l’Italia in cui l’investimento sull’innovazione del processo produttivo è fortemente deficitario e le imprese, pur con circa 800.000 dipendenti in totale, riescono difficilmente ad affrontare una produzione di massa come quella proveniente dalla Cina. A questo proposito, si possono menzionare gli allarmi ripetutamente lanciati dalla Confartigianato al governo italiano, affinché questo si facesse promotore presso l’Unione Europea della proposta di un sistema di monitoraggio sui prodotti asiatici, in particolare cinesi.

L'Italia è uno dei Paesi più colpiti dalla concorrenza cinese.In Italia permangono le preoccupazioni per l'impennata delle importazioni di prodotti tessili di provenienza cinese (nel 2004 il tessile europeo ha perso oltre 165 mila posti di lavoro, e nel 2005 sono a rischio un altro milione di posti) verificatasi a seguito della liberalizzazione del commercio mondiale e il graduale smantellamento dell'accordo internazionale di riferimento Multifibre. Il contenzioso sorto tra Stati membri ha, tra l'altro, profondamente diviso al suo interno la UE, creando una situazione di schieramento che ha visto da una parte i paesi del Nord, maggiormente sensibili alle esigenze dei distributori e dei consumatori, e dall'altra quelli del Sud (come l'Italia), più sensibili alle istanze dei produttori. Il contenzioso ha pertanto rivelato una dicotomia nel settore tessile come in altri (per esempio le calzature) di difficile composizione, soprattutto per le implicazioni e i riflessi sull'occupazione nel nostro paese.La Cina è destinata a diventare uno dei più grandi mercati di consumo del mondo e potrà acquistare quote crescenti di prodotti tessili italiani, ivi compresi quelli di alta gamma e di lusso. Si calcola che nel 2010 il mercato cinese potrà assorbire il 30% della produzione mondiale del lusso (oggi solo il 5%). Una maggiore integrazione tra i comparti industriali italiano e cinese potrebbe risultare utile anche al fine di una strategia di sviluppo internazionale delle nostre imprese. Il settore tessile e abbigliamento costituiscono, infatti, comparti di grande rilievo sia per l'Italia sia per la Cina. In Italia il numero degli addetti è di circa 650.000 (il più alto in Europa, la Francia segue a ruota con 250.000), in Cina è di 19 milioni, con proporzioni analoghe all'Italia in rapporto alla popolazione.Le prospettive di crescita in Cina appaiono notevolissime per un settore in cui l'Italia possiede capacità progettuale, know-how, qualità, design. All'obiettivo di entrare in forma permanente e strategica nell'enorme mercato cinese, si abbina la pressione sul governo cinese perché intervenga efficacemente contro la contraffazione, rendendo effettive le garanzie contro la estesa pratica di illegalità. Il Ministero per il Commercio cinese ha promesso che Pechino si mostrerà responsabile nel praticare un’autolimitazione nelle esportazioni, migliorando al tempo stesso la qualità dei prodotti. Il Ministero delle Finanze ha poi annunciato aumenti di tasse sull’esportazione di 74 categorie di prodotti tessili, ma USA e Unione Europea non erano ancora soddisfatti.La Cina, già nel corso del vertice euro-cinese di dicembre 2004, si era dichiarata disposta a limitare volontariamente le proprie esportazioni tessili verso l'Europa. Attraverso il suo ministro degli Esteri ribadisce ora di essere determinata ad arrivare ad un "risultato soddisfacente per entrambe le parti e di equilibrio tra gli obblighi e i diritti dei Paesi componenti la WTO".All’inizio del 2005, a seguito del regime delle quote dovuto alla cessazione dell’Accordo Multifibre, è esplosa la querelle tra Unione Europa, Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese.Infatti, quando nel gennaio 2005 sono scaduti i termini di applicazione dell’Accordo Multifibre, la UE ha dovuto inevitabilmente rimettere in discussione i termini degli scambi nel settore tessile con la Cina, le cui esportazioni sul mercato comunitario sono cresciute a dismisura, mettendo in crisi le industrie manifatturiere nazionali. Nella fattispecie europea, particolarmente colpite dall’impennata nel volume delle esportazioni di tessili cinesi sono state Italia, Francia e Spagna, che mantengono un’elevata produzione manifatturiera. Anche il mercato tessile statunitense è stato particolarmente colpito dalla crescita delle esportazioni cinesi, fatto questo che ha spinto le autorità americane ad avviare delle indagini ad hoc.


In Europa, ad aprile 2005 la Commissione Europea aveva pubblicato le linee guida per l'applicazione delle clausole di salvaguardia (uno degli strumenti a disposizione dell'UE per frenare le importazioni estere), che stabilivano chiaramente delle "soglie di pericolo" per il livello delle importazioni. Il Commissario al Commercio Peter Mandelson, sollecitato dalle associazioni produttive di settore europee, ha chiesto alla Cina di limitare autonomamente il volume delle esportazioni; tuttavia, in considerazione della mancata risposta cinese alle sollecitazioni comunitarie, la Commissione ha deciso di avviare formalmente indagini conoscitive per 9 categorie di prodotti cinesi. Bruxelles ha approvato una serie di procedure grazie alle quali l'Unione Europea potrà tutelare l'industria tessile europea dall'invasione di prodotti cinesi a basso prezzo. Previste anche altre misure (tre dazi antidumping nei confronti di prodotti calzaturieri cinesi) che si aggiungerebbero al primo dazio antidumping varato contro i tessuti cinesi in poliestere. "Potremmo giustificare misure di salvaguardia temporanee solo come ultima risorsa, se si evidenziano chiaramente forti distorsioni commerciali su larga scala - ha sottolineato il commissario al commercio Peter Mandelson - stiamo analizzando i primi dati di Bank of Chinaquesto anno sulle importazioni dalla Cina. Alcune di queste cifre sono preoccupanti, ma non sono ancora definitive."Qualora si superassero le soglie di allerta predefinite, Bruxelles aprirà delle indagini e potrà avviare consultazioni formali con Pechino per trovare una soluzione. Le esportazioni cinesi rappresentano oggi il 20% del settore tessile a livello mondiale, e potrebbero arrivare al 50% nei prossimi cinque anni. A giugno 2005 L’Unione Europea e la Cina giungono ad un accordo temporaneo, per frenare la valanga di importazioni dei prodotti tessili verso l’Europa; nel primo trimestre 2005 infatti, molti prodotti cinesi a basso prezzo avevano invaso il mercato europeo, e l’importazione di camicie made in China è cresciuta in Europa del 157%.Lo strappo con Pechino si è dunque evitato grazie alla conclusione di un Accordo, siglato il 10 giugno a Shanghai dal Commissario Mandelson e dal Ministro per il Commercio Cinese Bo Xilai, che ha previsto in via definitiva l’adozione di quote alle esportazioni tessili cinesi verso la UE, valevoli dal 2005 al 2007. L’accordo, valevole fino al 2008, momentaneamente smorzava le forti polemiche in corso. La Cina ha quindi accettato di limitare la crescita delle esportazioni di dieci prodotti tessili e delle confezioni fra l’8 e il 12,5% ogni anno.Il ministro del Commercio cinese ha apprezzato l’atteggiamento della UE (a differenza di quello degli Stati Uniti che hanno ritenute insufficienti le misure offerte dai cinesi), nel cercare di risolvere la disputa mediante “il dialogo e la consultazione”. Il premier cinese Wen Jiabao ha detto che l’accordo è onesto e accettabile per tutti; anche se l’Unione Europea deve ancora sottometterlo alla discussione dei venticinque membri della Comunità. L’imposizione delle quote ha però creato all’Europa un doppio problema: da una parte, i prezzi dei prodotti cinesi continuano ad essere fortemente concorrenziali e mettono in crisi l’industria europea, dall’altra, la riduzione delle quote ha creato la crisi nella vendita al dettaglio. L’importanza della questione “tessili” non coinvolge esclusivamente il mercato di settore, ma ha una portata ben superiore, considerando che essa è all’oggetto di una specifica sezione del Protocollo di adesione della Cina alla WTO.  La membership cinese, infatti, non può comportare esclusivamente oneri in termini di rispetto delle normative che regolano il libero mercato: il Protocollo di cui sopra dispone che a partire dal 2008 decadano tutte le limitazioni alle esportazioni di prodotti tessili cinesi. Il valore dell’Accordo siglato a giugno 2005 con la UE va quindi ridimensionato, laddove esso copre un arco temporale necessariamente limitato che lascia scoperto il periodo compreso tra il 2007 e il 2008 e, soprattutto, non va a contingentare la produzione cinese, ma esclusivamente il volume delle esportazioni. Nello scorso agosto 2005 tale contraddizione in termini ha manifestato tutte le sue inevitabili conseguenze: alle frontiere europee sono state bloccate le eccedenze per sei categorie di merci cinesi (che superavano le quote fissate con l’Accordo di Shanghai).Dopo una maratona di dialoghi è stato così raggiunto un accordo per risolvere la crisi dei prodotti tessili cinesi bloccati nei porti europei.L'intesa raggiunta il 5 settembre 2005 tra Unione Europea e Cina ha sbloccato la situazione permettendo il rilascio di licenze di importazione per le merci giacenti presso le dogane comunitarie e stabilendo una ripartizione delle quantità in eccesso al 50% tra l'UE e la Repubblica Popolare Cinese. Grazie all’accordo, la metà (50%) dei 75 milioni di capi d’abbigliamento bloccati in Europa viene sdoganata, superando le quote stabilite nell’accordo di giugno. L’altra metà andrà a caricarsi sulle quote dell’import cinese per il 2006.La soluzione, però, non ha di fatto risolto la questione della produzione, ma ha soltanto individuato una via di fuga ad un nuovo strappo tra Bruxelles e Pechino. La risoluzione della crisi sui tessili è avvenuta in concomitanza con la presenza del premier Tony Blair a Pechino per l’incontro periodico fra Unione Europea e Cina.Nel dialogo fra le due delegazioni erano a tema la sicurezza internazionale, i diritti umani, la cancellazione dell’embargo sulle armi; ma la discussione sui prodotti tessili e su altre questioni economiche ha oscurato ogni altro problema.La questione dei tessili, oltre ad aver creato una divisione tra gli Stati Membri UE (con i paesi del Nord contrari ad applicare alcun contingentamento alle importazioni tessili dalla Cina, mentre i paesi del Sud Europa sono stati promotori di una campagna per richiedere un’azione forte da parte dell’Esecutivo europeo), ha posto in evidenza alcune problematiche relative alla crescita economica di Pechino. In primo luogo, la Cina rappresenta ormai un realtà globale, con la quale occorre avviare un confronto serio e programmatico.  In secondo luogo, la vicenda dei tessili ha messo in luce le  difficoltà   dell’industria manifatturiera europea, mostrando l’incapacità di alcuni di paesi di rivolgere la propria attenzione a settori maggiormente competitivi come quello dei servizi (come stanno attualmente facendo i paesi del Nord Europa).   In terzo luogo,   la Cina   ricopre un ruolo  particolare anche  nell’ambito dei negoziati dell’Agenda di Doha*, che dovrebbero concludersi nel prossimo dicembre 2006 ad Hong Kong: in tale sede si discute infatti anche di tutela contro la contraffazione, di tutela della proprietà intellettuale e dei marchi. Per l’Europa, la Cina non rappresenta esclusivamente un interlocutore “bilaterale”, ma essa rappresenta di fatto un modello per i paesi emergenti e, in particolare, per tutti quei paesi che rientrano nella sfera di influenza cinese (ASEAN).

Cina e occidenteTra Cina, Stati Uniti e Unione Europea si profila una guerra di dazi.

Non si placano i contrasti tra Cina e occidente sulle questioni commerciali.

L’Unione Europea introduce imposte sulle scarpe cinesi, mentre, di concerto con gli Stati Uniti chiede l’intervento dell’OMC contro l’imposizione di tariffe sull’importazione di componenti utilizzate per assemblare autoveicoli in Cina.

Dal 7 aprile 2006 l’Unione Europea applica una tassa all’importazione delle scarpe di Cina e Vietnam, perché ritiene che i due paesi vendano le merci sotto costo. L’Europa accusa le ditte cinesi di godere di ingiusti sussidi statali, come finanziamenti a basso costo, esenzioni fiscali e incentivi all’esportazione.

Inoltre, sia Stati Uniti che Unione Europea lamentano che Pechino non dà libero accesso al suo mercato interno, mentre i loro mercati sono invasi dagli economici prodotti cinesi. Rimproverano anche ai cinesi di tenere la loro valuta troppo bassa (nonostante la lieve rivalutazione effettuata a luglio 2005), e di non impedire la diffusa contraffazione di costose marche di prodotti occidentali.

Per risolvere i contrasti con gli occidentali, il governo cinese vuole ridurre le imposte su autoveicoli e altre merci estere (come cosmetici), nonché concedere crediti preferenziali per incoraggiare le importazioni.

 

 * Riguardo al Doha round, al momento attuale, tra, i negoziati si trovano in una fase di stallo, anzi di impasse, che rischia di condurre al fallimento dell’autorità negoziale denominata fast track (procedura rapida dei negoziati che scade alla fine del 2006), o addirittura al congelamento dell’intero negoziato. Questo, se non si giungerà ad un accordo tra Stati Uniti e Unione Europea – ritenuto però accettabile anche dai paesi poveri e in via di sviluppo – sull’eliminazione/riduzione dei sussidi all’agricoltura e sul pagamento dei dazi sui prodotti industriali nazionali.