| Indice |
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| Invasione di vestiti e scarpe cinesi |
| Esportazioni cinesi |
| Concorrenza |
| Cina nella WTO |
| Sollecitazioni comunitarie |
| La guerra di dazi |
| Tutte le pagine |
di forza dell’Italia: primo fra tutti il turismo, nel 2004 l’Italia è stato tra i primi quattro paesi al mondo per introiti turistici, oltre al settore agro-alimentare, nonché quello relativo all’abbigliamento-moda e all’arredo-casa. Negli ultimi due anni, comunque, le proteste di imprenditori e industriali sono aumentate notevolmente, dimostrando che la preoccupazione riguardo al “caso Cina” sta diventando un’impellenza che, per essere affrontata, necessita di un efficace intervento anche da parte del governo.Di conseguenza, il dibattito ha coinvolto il mondo politico che, prescindendo dai propri schieramenti, si è diviso sull’argomento della competitività con la Cina.Non è da escludere l’ipotesi secondo cui la Cina potrebbe veder crescere la propria economia grazie alla maggiore integrazione con Stati Uniti ed Europa, a tal punto da utilizzare questo nuovo dinamismo al fine di allargare la propria sfera d’influenza, e sviluppare così una politica imperiale nei riguardi di altri paesi. Questa eventualità non si può escludere a priori, ma si potrebbe usare lo stesso argomento anche nei riguardi di altri paesi: ad esempio Russia o India. Questo però porterebbe ad una chiusura dei mercati; è invece importante cogliere il nesso tra crescita delle relazioni economiche e radicamento della pace. Il dibattito che ha coinvolto gli schieramenti politici sul tema dei rischi che sta comportando l’accesso della Cina al libero mercato ha diviso i partiti al loro interno sulle modalità del confronto.Da una parte si collocano i difensori delle regole del libero commercio, rappresentate dalle norme della WTO, che indicano altre vie, comunque contrarie alle forme di protezionismo, per rispondere alla sfida cinese. Dall’altra, invece, si sono schierati i “neo-protezionisti”, sostenitori di azioni decise (quali dazi e barriere doganali di vario tipo) volte a proteggere la produzione italiana che, secondo gli stessi, rischia di soccombere a causa del “gigante cinese”.Questi sostengono che la concorrenza cinese ha due modalità: una è legale ma asimmetrica; l’altra è illegale, basata sulla contraffazione. Nel primo caso la concorrenza cinese è in grado di sconvolgere i mercati internazionali in quanto si basa su condizioni interne (costo del lavoro, protezioni sociali, standard ambientali, discrezionalità politiche, ecc.) non paragonabili a quelle degli altri competitori; nel secondo caso, si constata che la maggior parte dei beni made in Italy contraffatti provengono dalla Cina. Inoltre, si può osservare che il mercato europeo, pur essendo integrato in quello mondiale, non ha protetto sufficientemente la propria produzione industriale. Tra l’altro, non ha effettuato un’efficace tutela anti-contraffazione, non tutelando neppure il suo nome; “CE” significa infatti “Comunità Europea” ma anche “China Export”.In base alle nuove esigenze e prospettive del mercato globale, l’Europa dovrebbe rivedere alcune “chiavi” della sua politica: innanzitutto attraverso la riduzione della copiosa regolamentazione comunitaria, inoltre, incrementando la propria politica industriale e favorendo maggiormente l’attrazione dei capitali esteri.Le aspettative di lungo periodo che prevedono vantaggi per chi vuole esportare in Cina, si scontrano con due illusioni.La prima, che prevede per il futuro un allargamento del mercato cinese per le esportazioni italiane, è destinata a cadere perché “se i prodotti cinesi sono buoni e a buon mercato per gli europei, a maggior ragione lo saranno per i cinesi. Ai prodotti made in Europe in Cina saranno riservate tutt’al più aree di nicchia o marginali”.La seconda, che pensa di mantenere il monopolio della tecnologia riservando alla Cina la produzioni di massa, si sta gradualmente sgretolando perché “la potenza scientifica della Cina sta salendo vertiginosamente”.
Di conseguenza, considerando che l’Europa è “svantaggiata” nei confronti della Cina anche a causa della presenza di molti regolamenti interni volti alla certificazione della produzione, i “neo-protezionisti” indicano la necessità di intervenire con delle barriere in grado di proteggere gli interessi nazionali.Sono state così proposte (anche dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti) delle misure per rispondere alla concorrenza proveniente dalla Cina. Innanzitutto, secondo i neo-protezionisti nell’Unione Europea tutto è troppo standardizzato e regolamentato. E’ stata quindi stabilita l’elaborazione di norme anti-contraffazione per la tutela di marchi, che sono state già decise dal governo per tutelare il “made in Italy”. Viene istituito un marchio collettivo il cui logo è rappresentato dall’Uomo vitruviano di Leonardo che sovrasta la scritta “made in Italy” per contraddistinguere prodotti di particolare qualità. Inoltre viene istituito il Comitato nazionale anticontraffazione e vengono istituiti uffici di consulenza legale e monitoraggio per la tutela del marchio e dell’indicazione di origine presso le sedi ICE e le rappresentanze diplomatiche. Prevedere, inoltre, un potenziamento delle dogane in modo da predisporre tariffe integrate, l’identificazione specifica di codici e prodotti e l’imposizione delle misure di salvaguardia (dazi) previste dalla WTO.Le altre proposte riguardano delle azioni contro il dumping monetario (per quanto riguarda il tasso di cambio della moneta cinese, è stato proposto di inserire lo yuan in un paniere di monete tra cui anche l’euro), il dumping sociale e l’implementazione di barriere di carattere sanitario in grado di bloccare l’arrivo delle merci cinesi. E’ stato proposto di aumentare i controlli sanitari, alimentari e ambientali sui prodotti che arrivano dall’Oriente in modo da limitarne le esportazioni nel mercato interno europeo. Se da un lato i “neo-protezionisti” propongono una soluzione alle legittime preoccupazioni di molte imprese che devono affrontare la concorrenza cinese, dall’altro si oppone un altro schieramento dell’opinione politica che, invece, propone altri suggerimenti che esulano dalle pratiche protezioniste, considerando queste ultime non solo insufficienti ad affrontare la questione ma, soprattutto, dannose per le relazioni commerciali internazionali, oltre che per lo sviluppo dell’economia italiana.I protezionisti non tengono conto dei benefici dello scambio (che oltre apportare vantaggi materiali, implica relazioni personali, condivisione e avvicinamento fra due culture anche profondamente diverse), in grado di avvantaggiare entrambi i partecipanti alla negoziazione. Ridurre la possibilità di negoziare può significa eliminare occasioni di profitto, e questo, nei fatti, si manifesta in prodotti a prezzi maggiorati. La tesi protezionista non coglie come il venir meno delle barriere ridefinisca la divisione del lavoro e aiuti gli attori economici ad operare al meglio, anche se questo portasse ad evidenziare la crisi di alcuni settori produttivi europei ormai obsoleti, i quali non soddisfano più le esigenze dei consumatori. Tra le opinioni favorevoli alle più ampie relazioni tra Cina e Unione Europea, c’è chi sostiene (secondo una visione alquanto “eurocentrica”) che per ottenere migliori risultati bisognerebbe procedere gradualmente, grazie a negoziazioni specifiche, sector by sector. In particolare, l’idea è quella di procedere attraverso un completo abbattimento dei dazi solo qualora le autorità cinesi procedono ad instaurare un ordine legale che tuteli i diritti umani. Ovviamente, però, un aspetto fondamentale è che lo scambio commerciale si realizzi in un ambito di correttezza e trasparenza, senza violazione delle regole (che, però, almeno nel breve periodo non ha una realistica possibilità di affermazione in Cina).È in questo quadro che si inserisce il ruolo sempre più imponente della Cina.Le relazioni commerciali con Pechino hanno occupato ultimamente un peso particolare per Bruxelles.


