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Tra criminalità e paure
“Così colpisce la mafia cinese tra violenze e schiavitù. Una lunga scia di sangue e misteri. Il caso Prato”. Il 29 luglio 2004 appariva su “La Nazione” della Toscana un articolo di cronaca e commento su un episodio avvenuto qualche giorno prima e cioè il ritrovamento del cadavere di una giovane cinese nel Lago di Bilancino, nel Mugello. Un grave fatto, conseguenza di un sequestro di persona che testimoniava un pericoloso livello raggiunto dalla criminalità di origine cinese. Il giornalista prende però spunto da questa tragedia e dalle indagini avviate per disegnare, a tinte fosche, un quadro drammatico della presenza cinese in Italia.
Si riportano alcuni passi significativi di questo articolo che inizia parlando delle indagini del delitto commesso da malavitosi che usano come armi “scimitarre e pugnali, in un pianeta giallo... fatto di maglieria, ristorazione, massaggi in spiaggia…evasione fiscale, produzione e vendita di DVD porno...capi firmati ma contraffatti…sfruttamento della prostituzione…riduzione in schiavitù dei clandestini, boss della mafia cinese che dispongono di enormi quantità di denaro e puniscono ogni atto di ribellione”. Il giornalista continua dicendo che “…Si scontreranno, quegli investigatori, contro i muri di silenzio, di diffidenza issati dalle comunità cinesi: aspre monolitiche, tutt’altro che portate all’integrazione. (…) Comunità accusate di trascurare ogni regola commerciale, fiscale. Di drogare il mercato del lavoro col tempo più che pieno e a costi stracciati, con la contraffazione delle griffe più prestigiose. Di aver spazzato via contoterzizti e artigiani, con l’aiuto di qualche segmento dell’economia locale che, forse, sottovalutò la reale onda d’urto dell’immigrazione gialla, inizi anni Novanta. Laddove Chinatown non è un modo di dire, ma una cittadella, una interminabile teoria di ristoranti, capannoni, gioiellerie e rosticcerie che lambisce il centr. Di tutto di più. (…) Comunità cinesi, sinonimo di chiusura assoluta; voluta dai boss che le governano, coi loro sgherri che girano su auto potenti e costose, sguardi impenetrabili e taglienti, tasche piene di euro. Povera umanità terrorizzata, costretta a lavorare 12-15 ore al giorno, bambini compresi…Centinaia di persone perbene, buone. Ma impossibilitate a ribellarsi. Forse neanche intenzionate a farlo. In Cina la polizia doveva essere un incubo: come pensare che ai cinesi in Italia venga spontaneo varcare la soglia di una questura?
(…) E la Cina ufficiale? Il Primo Ministro ha visitato la provincia di Firenze…un’azienda cinese ha firmato un accordo con Piaggio. Parallelamente, però, i Pm di Prato, hanno scoperto con la Guardia di Finanza ben altra forma di joint-venture: un’organizzazione che, tramite alcuni mediatori cinesi, selezionava i clandestini da regolarizzare. Trovava loro falsi datori di lavoro, e falsi proprietari di case da affittare…”


